Wednesday, 24 June 2009

In hairstyling we trust


Se c’è una categoria professionale in cui una donna ripone incondizionata fiducia è quella dei parrucchieri. Una donna si fida del proprio parrucchiere. Ogni donna ha o è alla costante ricerca del parrucchiere di fiducia.
Non del medico, che non ascolta mai la diagnosi che porto insieme ai sintomi, non del commercialista, che mi costa più delle tasse, non del panettiere sotto casa che quella volta mi ha infilato nel sacchetto la rosetta del giorno prima… il parrucchiere è l’unico che non mi tradisce mai. A meno che non sbagli meches.

E qui mi trovo a confessare che sono invece io a tradire, ormai da sei mesi e senza rimorso, quello che, sulla base di un rapporto consolidatosi negli anni, definivo affettuosamente “il mio parrucchiere”.

L’ultima volta che l’ho pagato per i suoi servigi, si è dimenticato di trattarmi come se fossi l’unica donna presente sulla faccia della terra, e la mancanza di queste attenzioni mi ha presentato il suo lavoro sotto una luce diversa.
Ci eravamo accordati su un taglio corto, estivo, wash and go. Lui sforbicia forsennatamente per una decina di minuti e mi riconsegna a me stessa dopo la piega che sembravo Morrisey. E va bene che Morrisey è un’icona gay, e che gli anni ’80 in fatto di stile sono più di moda adesso che vent’anni fa… Ma non mi ci riconoscevo. È bastato lavare i capelli per tornare alla normalità. Così, nonostante la sorpresa iniziale mi sono ritrovata con una testa inoffensiva, quasi bon ton… ma un bon ton noioso, da sciura, non un bon ton malizioso alla Coco Chanel… Mi sono ritrovata con lo stesso taglio di capelli di mia madre.
E mia madre non è Morrisey.

Per me andare dal parrucchiere è una specie di rito di passaggio: mi taglio i capelli quando mo trovo all’inizio di una nuova esperienza. E il fatto che non riesca a farli crescere fino alle spalle, dimostra che vivo in un clima di ciclica instabilità. Cambio vita, cambio posto, cambio strada, cambio lavoro, cambio ragazzo e cambio taglio di capelli, così ogni volta che mi incrocio nello specchio ricordo a me stessa che ho voltato pagina e mi ritrovo con una nuova pagina bianca tutta da riempire.

Io sono la cliente che qualsiasi parrucchiere vorrebbe: sono curiosa e mi piace lasciare fare a chi conosce il mestiere senza prefigurarmi il risultato, esigo ispirazione -anche a scapito della tecnica-, l’acqua dello shampoo va sempre bene e basta mettermi le mani in testa per azzerare ogni mia difesa personale. In più la situazione di partenza è solitamente disperata e risulta più facile compiere il miracolo di ridare una forma ai capelli.
Contento tu, che hai fatto un bel taglio, contenta io, che sicuramente sono più a posto di prima. Ed è questa botta di autostima reciproca crea complicità e cementa il rapporto.

I parrucchieri hanno una tattica: nel lavarmi i capelli mi fanno anche il lavaggio del cervello. E io mi ritrovo a dire di sì a ogni loro proposta. È più forte di me. Settimana scorsa, ad esempio, mi sono presentata come modella a una lezione di taglio alla Tony & Guy academy, nota scuola di parrucchieri di Milano. Quando i professori riuniti in commissione mi hanno chiesto che taglio volessi, credo di aver azzeccato la risposta perché nel pronunciare la parola “caschetto” ho visto i loro sguardi illuminarsi. E quando Leon, il colorista, mi ha implorato di fermarmi un’ora extra perché voleva fortemente completare il discorso taglio con un colore adeguato ho fatto carte false in ufficio perché non avrei sopportato la sua delusione in seguito a un mio rifiuto.

Sono stata sequestrata per l’intera mattinata da un commando di parrucchieri gay che mi hanno rilasciata solo dopo aver svolto con precisione le consuete operazioni di shampoo, taglio, colore e piega. Mi hanno regalato un caschetto grafico, leggermente asimmetrico, in tonalità castano mirtillo. Gratis. E alla fine loro erano più contenti di me! Come si fa a non amarli?

Wednesday, 10 June 2009

Alta fedeltà


Ma voi li comprate ancora i dischi?
Io sì, ma mi piace andare sul sicuro: compro solo dischi che conosco e quando li trovo usati. Mi piace l’idea di dare una seconda possibilità a un disco che non è piaciuto al suo primo proprietario. Mi perderò l’emozione della lotta contro l’inespugnabile pellicola che imprigiona un disco nuovo, nella fregola di sfogliare il libretto, ma almeno mi risparmio il dispiacere nella scoprire il primo graffio sulla custodia.

Per chi ha sempre consumato musica, la collezione di cd diventa una sorta di archivio, la memoria storica di una vita. E il fatto di poter prendere da uno scaffale il supporto su cui sono incise quelle canzoni e stringerlo fra le mani crea l’illusione di possedere i ricordi, di mantenere un legame con il proprio passato.
Il legame affettivo che si stabilisce con quei pezzetti rotondi di plastica spingerebbe un qualsiasi appassionato di musica a impegnare la propria mamma nella sfortunata eventualità di trovarsi a scegliere tra lei e i propri dischi.
E questo legame è talmente forte che non si riesce a fare piazza pulita nemmeno degli scheletri nell’armadio, i cd comprati in adolescenza, i cosiddetti errori di gioventù. Il discomane sa di aver comprato dei dischi brutti, che non ascolterà mai più, ma la loro presenza (anche se è una presenza che aleggia perché le prove fisiche vengono strategicamente nascoste) funge da costante monito: si impara sempre dai propri errori e crescendo si scopre che quella musica scadente è diventata metro di giudizio nello stabilire cosa valga la pena ascoltare.

Il mio ultimo raid al Libraccio mi ha fruttato due dischi dei Death Cab For Cutie, il penultimo album e una raccolta di outtakes. In questo caso ho evaso la regola aurea di comprare solo dischi che conosco perché mi sono innamorata della cover della raccolta: una maxi-diapositiva della città di Bellingham, WA; la foto di una strada del centro e dei palazzi circostanti scattata negli anni ’70 quando, come scrivono i nostri nel booklet, “Cars looked way cooler than they do now”.
Perché questo è l’elemento che sempre farà vincere al cd il match contro la musica digitale: l’intero progetto grafico, il packaging, il libretto con i testi –illeggibili-, le dediche e la lista dei ringraziamenti…

Quest’ultima spedizione si è rivelata particolarmente fruttuosa, soprattutto perché seguiva 3 o 4 tentativi di acquisto falliti, che mi hanno vista uscire dal negozio a mani vuote, dopo aver fatto passare tutti gli artisti, dagli Abba a ZZtop.
E il problema non è che io sia particolarmente selettiva… è che trovavo sempre gli stessi dischi.

Fateci caso: si potrebbe fare l’inventario di un qualsiasi negozio di dischi usati, dividendo i dischi in 3 grandi categorie.

* Dischi riusciti
Dischi che hanno venduto tantissimo, dischi che tutti hanno comprato.
Lo so che in cameretta avete tutti la copia originale di Nevermind, di Californication o di Dookie… Sono bei dischi, pluriplatinati, e ormai non hanno più mercato.

* Dischi dimenticabili

Opere prime –e solitamente uniche- di sconosciute band new metal/post grunge/emo core/alt country di cui non si sentiva il bisogno, consegnate ancora incellofanate dallo spocchioso giornalista musicale che si cerca il primo negozio di dischi usati all’uscita della conferenza stampa di presentazione della band.

* Dischi di Michael Bolton
L’intera discografia di Michael Bolton è lì, da lustri, a prendere polvere, e se riccioli d’oro continua a sorridermi così da tutte le copertine va a finire che un giorno mi intenerisco e lo porto a casa con me.

Potrebbe essere un segno... C'è qualcosa che vuoi dirmi, Michael?
Se ogni momento significativo ha una sua colonna sonora, e se è vero che i momenti topici di una vita si contano sulle dita delle mani, allora forse nella mia personalissima compilation c’è posto anche per un pezzo di Bolton?

Friday, 22 May 2009

La fabbrica dei sogni

Avete visto Be kind, rewind?
È un film che è passato totalmente inosservato l'anno scorso incassando una misera al botteghino e generosi sbadigli dai critici.

È un filmetto, leggero, spensieratamente naif, quasi una favola. E a me è piaciuto proprio per questo: perché penso si possa fare del buon cinema anche senza piegarsi alla logica dell'impegno a tutti i costi. Il cinema è evasione, o almeno nasce come tale. Peccato che il confine tra evasione e vuoto pneumatico sia sottile come quello fra comico e ridicolo.

Il deus ex machina di questo film è quel Michel Gondry che già ci aveva regalato un paio di film che sarebbero piaciuti a Freud oltre che una selezione di videolclip tanto innovativi da ridefinire l'intero genere. Gondry che come tutti gli artisti con uno stile immediatamente riconoscibile suscita emaptia e indifferenza immediate, senza vie di mezzo. Io lo amo, soprattutto perché è l'unico francese che non si prende troppo sul serio.

Lo spunto su cui si siluppa la sceneggiatura è questo: un commesso che si trova a gestire la videoteca in cui lavora si accorge che il suo amico ha che è stato esposto alle radiazioni ha accidentalmente smagnetizzato tutte le videocassette. Per rimediare al danno prima che torni il proprietario, i due decidono di registrare sulle videocassette rovinate dei remake casalinghi dei film andati perduti. Il risultato è esilarante: i due, con l'aiuto di amici che si prestano a fare le comparse e Giovanni Muciaccia che si occupa di scenografia e costumi,si trovano a rigirare delle versioni sgangherate dei blockbuster, senza distinzione di genere.

Questo è il trailer ufficiale



E questo è il trailer abilmente taroccato. Pure genius!



Be kind, rewind è un film piccolo ma ambizioso, perchè è un film sul cinema e sulla magia che crea; mi affascina il gioco di scatole cinesi su cui si costruisce: già fare un film significa prendere un pezzetto della realtà e incasellarlo, a fare un film con dentro altri film per dare allo spettatore la possibilità di vedere cosa succede dietro a un film quando viene girato, si corre il rischio di fare confusione.

Mi trovo perfettamente d'accordo con quello che ha scritto uno spettatore attento, che altro non è che un critico senza la puzza sotto il naso:

La settima arte, viene rappresentata con affetto e con rispetto, da un regista che ha fatto del sogno e della fantasia la sua ragion d'essere, è quindi con tanta delicatezza e tanta poesia che ci si avvicina a classici più o meno indimenticabili, è con il groppo in gola che si assiste ala magia, al miracolo. Questo è il cinema, sembra dirci il regista, non dimentichiamolo, non servono i miliardi, ma basta una telecamera e la passione, non servono i supporti tecnologici, basta la fantasia e qualche vecchia vhs.


perche “A volte i film migliori sono quelli che inventiamo”

Saturday, 9 May 2009

Being Karen O


Io c'ero. A contendermi spazio vitale sotto il palco con decine di suoi cloni sgomitanti.
"Perché queste vengono al concerto vestite come lei?" commenta una voce dal pubblico.
Brillante osservazione, che condivido. Avevo notato un'altissima percentuale di caschetti corvini, labbra carminio, calze leopardate e miniabiti in lycra fluorescente.
Che poi è l’uniforme di chi ai Magazzini ci viene per ballare.

Grandi gli sforzi profusi, soprattutto nella scelta degli accessori, per un risultato che non si dimostra però all'altezza delle aspettative: sulla passerella sfilano le infinite variazioni, dalla pallida imitazione alla macchietta, di quella che è la summa incontrastata del vivere alternativo.

Perché lei è Karen O. Ed è sexy anche se si infila in un sacco nero della spazzatura. Ci fa un buco per la testa, due buchi per le braccia, ci spolvera borchie e strass e riesce a rendere il sacco pure trendy.

D'altronde Karen O si divide tra Hollywood e il Lower East Side mentre le sue estimatrici meneghine hanno svoltato trasferendosi da Rozzano a Corso Como...
Come reggere il paragone?
Perché tutto a Milano è così provinciale? Fastidio... (sono sicura che Carla Sozzani sarebbe d'accordo con me).

Per voi, talentuose ragazze alla conquista dei massimi riconoscimenti per una donna che fa musica, la home page di Pitchfork e la copertina di Vogue, ho compilato una piccola lista di suggerimenti, prendendo a modello proprio la frontwoman dei glitteratissimi Yeah Yeah Yeahs.

Come diventare Karen O in 7 mosse:

1) Aiuta molto se sei una bellezza anticonvenzionale: occhio a mandorla su fisico androgino è la combinazione perfetta. Se la natura non ti ha donato queste caratteristiche concentrati sul look, che deve essere sofisticato, sfrontato, assolutamente unico: un’apparente ma studiatissima accozzaglia di stracci.
Attenzione però a non esagerare… l’effetto Loredana Bertè è sempre in agguato.

2) Osa un taglio di capelli che farebbe assomigliare qualsiasi altra donna a una maestra elementare e fallo diventare un marchio di fabbrica.
Basta chiedere al tuo parrucchiere di fiducia di glassarti di complimenti.
Dopo un paio di sedute ti sembrerà che quel taglio ti piaccia veramente.

3) Una volta perfezionato il look, la musica passa in secondo piano.
Sali comunque sul palco, circondati di musicisti scheletrici vestiti come i manichini nelle vetrine di Urban Outfitters, salta, agitati e urla nel microfono.
Devi crederci davvero se vuoi far credere agli altri che sei una rockstar.

4) Gioca sull'ambiguità sessuale. Etero, gay, bisex… sono solo etichette.
A te piacciono tutti quelli che hanno la tua stessa carica sensuale.
Assicurati la dedizione del tuoi sostenitori gay. Se ti eleggeranno loro icona ti sarai conquistata l’unica fetta di pubblico che ti resterà nei secoli fedele. Madonna docet.

5) Accompagnati a un rappresentante di una qualsiasi categoria di "giovane creativo".
Perfetto se è fotografo o videomaker, così può immortalare le feste in cui tu e i tuoi amici –la stylist, il wedding planner, il dog sitter, lo sciamano e la copy- vi travestite da famiglia Addams e giocate a twister. Sbronzi di cristal, of course!

6) Parola d’ordine: spiazzare. Alterna i graffi alle carezze e, quando canti, passa dai sussurri alle grida. Sei una tenera bambina indifesa e sei anche la mantide religiosa. Tormentata e danzereccia. Femminile anche quando sputi birra (e immagina cosa succederà quando imparerai a incendiarti le scoregge sul palco).
Sei una personalità poliedrica, che qualcuno potrebbe definire schizoide.Ma non prendertela, in fondo è il tuo punto di forza. O no?

7) Sorridi. Sempre. Non hai motivo per non farlo. Sei l’irraggiungibile dea del alt-rock, adorata da stilisti, parrucchieri e giornalisti che recensiscono solo band dai nomi impronunciabili.
E ti pagano per fare la cosa che ti piace di più al mondo. Meglio che andare in miniera. O no?

Wednesday, 29 April 2009

Signora mia!

Ve l'ho detto che ho fatto gli anni? Come sarebbe a dire "di nuovo"? Li faccio una volta all'anno, come tutti voi.

La novità è che, per la prima volta da quando ho smesso di invitare i miei compagni di classe a casa il sabato pomeriggio a sfondarci di coca cola e patatine, ho festeggiato il mio compleanno.
È stata una giornata speciale, e ho ricevuto talmente tanti auguri che ci ho fatto l’abitudine e il giorno dopo ne ho sentito la mancanza.

Ho giocato a fare la birthday girl, circondandomi di amici che mi hanno riempito di regali in cambio di free drink (scambio equo, in fondo si tratta del mio compleanno).
Ho fatto di tutto per allontanare la tentazione di fare il punto della situazione, di tirare le somme e per evitare di ritrovarmi sola a riflettere sulla caducità del tempo. Ma non è servito: appena la sveglia ha spalancato le porte sul mio secondo giorno da ventisettenne sono piombata in una pericolosa depressione post-compleanno.

Non riuscivo a tener ferme le domande che mi affollavano la testa: chi sono? Cosa sto facendo? Dove andrò? Cosa voglio? Cosa spero? Come mi vesto domani? Cosa mangio stasera?

Ci ho messo una settimana, e ci sono dovute dosi massicce di iPod per coprire tutti questi inconcludenti dubbi esistenziali con il patinatissimo nuovo disco degli Yeah Yeah Yeahs.
“You’re a Zero-oh. What’s your name. No one’s gonna ask you, better find out where they want you to go-oh”.
Grazie a Karen O sono di nuovo frivola e contenta. E ho deciso che da grande voglio fare la rockstar.

Pensando all’età che avanza ho realizzato che in me c’è uno scarto tra l’età anagrafica, in caduta libera verso i 30, e la maturità che dovrei aver acquisito negli anni e di cui invece sono sprovvista. La maturità è un optional?
Mi sento come in quei film in cui i protagonisti si scambiano il corpo, il figlio entra nel corpo del padre e viceversa. E i due così ricollocati si trovano a scambiarsi anche le vite.
Devo assolutamente trovare la Claudia adolescente straordinariamente posata e riflessiva e chiederle indietro l’involucro, che non è molto diverso da quello in cui giro di questi tempi, ma richiede comunque meno manutenzione (10 anni fa non facevo l’appello dei capelli bianchi tutte le mattine).

Fosse per me, continuerei a comportarmi come la supergiovane che penso di essere.
Il problema è che gli altri, ingannati dall’involucro esterno, non mi vedono più tanto giovane e inavvertitamente me lo fanno notare. Ne ho avuto conferma proprio il mese scorso, quando, se vogliamo fare i pignoli, avevo ancora 26 anni.

Vado al concerto dei Franz Ferdinand. Arrivo al Palasharp senza biglietto. Se fossi stata davvero giovane, avrei provato a scavalcare, la scaltrezza datami dall’età mi ha invece calamitato al primo capannello di bagarini. Mi metto a osservare un bagarino napoletano –di quelli d.o.c.- che cerca di intortare un gruppo di ragazzini con lo zainetto. Non faccio nemmeno in tempo a capire cosa sta succedendo che vengo coinvolta nella trattativa: “compri? Vendi? Quanti ne hai? Quanti ne vuoi? Io rilancio, da consumata frequentatrice di bische: “a quanto me lo lasci?” e il bagarino: “al prezzo del concerto”. Faccio retromarcia, e ci piazzo anche la giustificazione ideologica: “allora a questo punto vado a comprarlo in biglietteria.” Mi avvio a passo deciso sulla strada della legalità, il bagarino mi insegue per una decina di metri con l’ultima offerta, poi mi manda elegantemente a cagare e ritorna sui suoi passi.

Ma appena mi metto in fila al botteghino mi accorgo che dal gruppo di ragazzetti con il biglietto da piazzare se ne stacca uno e viene verso di me. Mi raggiunge e mi fa: “Signora, se vuole glielo vendo io il biglietto!”.
L’istinto vacilla: vorrei ringraziarlo e insieme sputargli in un occhio. Invece resto lì. Impiantata nell’asfalto con la mascella crollata dallo stupore: Signoooora? A me? Ma mi hai visto?
È vero che tu vai ancora alle superiori, e tra noi ci sono 10 anni di differenza, ma mi trovi in jeans e All Stars fuori dal concerto dei Franz Ferdinand… Ti sarai pure accorto che faccio di tutto per sembrare giovane, non vanificare così i miei sforzi! Però ti assolvo, dai, che mi hai fatto un prezzaccio e sei stato tanto cariiiinoooo.

Vi farà piacere sapere che al concerto non ho avuto dubbi se rimanere sugli spalti o gettarmi sotto il palco, dove, lottando per la sopravvivenza, ho saltellato e canticchiato tutta sera. Perché Claudia, quando è frivola e contenta, canta a squarciagola “it’s always better on holyday, so much better on holyday, that’s why we only work when--- we need the money”

Monday, 27 April 2009

God save youtube

Stamattina, dopo l'ottavo snooze abortito, brancolando nel buio nel tentativo di raggiungere la finestra, ho lasciato un piede sulle doghe del letto. Non chiedetemi come ho fatto, sono incredibilmente creativa quando si tratta di incidenti domestici.
Zoppicando mentre ancora insultavo il mio futon, tanto bello quanto scomodo (come le scarpe col tacco), ho misurato la stanza fino alla finestra e alzato con cautela la tapparella, tenendo gli occhi chiusi per abituarmi gradualmente alla luce. Luce che fuori, nonostante l'alba fosse passata da un pezzo, non c'era. Non tanta, almeno, e corredata da cielo di ghisa, pioggia e vento gelido.
Ma non era arrivata la primavera?
E non è più una questione di mezze stagioni: a Milano è inverno da 6 mesi ormai…

Serrande alzate su una nuova giornata di merda. Morale ai minimi storici.

Restando in uno stato di dormiveglia, mi sono trascinata fino in ufficio. Seguendo gli automatismi tipici di chi occupa una scrivania in un open space ho sceso un caffè dalla macchinetta, acceso il computer e fatto il primo giro su internet.

E poi l’imprevedibile e labirintica catena di link della mia rassegna stampa mi ha portato qui. E il mio lunedì ha svoltato.



E dato che youtube spinge all'emulazione e gioca al rilancio, questa perla di idiozia non è rimasta sola, ma è stata infilata a formare la lunga collana degli esperimenti più o meno riusciti dei moltissimi che si sono cimentati sull'argomento Sitar Hero.
Vi lascio con quello che per me è il capolavoro. Un po' spy story, un po' documentario, un po' melodramma...

Tuesday, 21 April 2009

Paura e delirio alle poste

In ufficio è diventata ormai slogan questa battuta -che battuta non voleva essere- del nostro amato Valerio, redattore specializzato nella caccia all'ospite impossibile e distributore automatico di pillole di saggezza. Un specie di Buddha a gettoni. Ma più magro.

Open space, un giorno come altri, 7 di sera passate...

Valerio: Marco, ma dove vai!!?
Marco: a casa...
Valerio: NO ,TU NON STAI ANDANDO VIA, TU TI STAI ARRENDENDO!

Ecco, a me è capitato di provare la stessa sensazione di resa incondizionata settimana scorsa, durante la mia ultima incursione alle poste. La mia resistenza è durata 20 minuti, prima di abbandonare il campo, battendo in ritirata.

Chiamatemi tradizionalista, ma quando devo spedire una lettera, io vado ancora in posta. Mi presento quindi all'ufficio, busta in mano, e soldi contati per il francobollo. Forse sono vintage perché sono rimasta l'unica che scrive le lettere?

Mi si para davanti il totem distributore di numeri, che non serve per le estrazioni del lotto ma è una versione upgrade di quell oggetto rosso e rotondo che si trova ancora al banco del salumiere. Dopo attento esame, schiaccio il bottone delle spedizioni: numero fortunato, 22; numero che splende come un'aureola sulla testa dell'impiegato specializzato in spedizioni, 19.
Non c'è male, penso, in fondo ho davanti solo due persone.

Mai moto di ottimismo fu più fuori luogo. Scopro molto presto infatti che i due numeri che mi precedono sono
  • una segretaria corredata da 15 raccomandate con ricevuta di ritorno, che si mette a compilare diligentemente a mano in bella grafia una per una.
  • una coppia sudamericana probabilmente prossima al trasloco, impegnata a scrivere freneticamente indirizzi su un numero indefinito di scatoloni che continuano a comparire.
Comincio a sudare freddo. Mi guardo in giro in cerca di solidarietà: nessuno sembra cogliere la mia richiesta di aiuto.
E lì vengo colta da un'illuminazione: è un vizio di forma dire che in posta ci vanno solo gli anziani a ritirare le pensioni... Non tutti quelli che si trovano alle poste infatti erano già anziani quando sono entrati: un buon numero di simil-pensionati sono gli irriducibili che hanno deciso di aspettare il proprio turno e sono invecchiati lì, a prendere polvere come le collezioni di francobolli destinate ai filatelici.

A un certo punto, la fila davanti all'impiegata che si occupa di bollettini si esaurisce. L'impiegata, visibilmente nel panico, comincia a snocciolare numeri non ancora assegnati a persone. Per aiutarla, e per aiutarmi, mi avvicino e le dico: "guardi, io dovrei solo spedire una lettera, non è che posso chiedere a lei?". Lucida la risposta: "Ma io non ho i francobolli! Deve mettersi in fila per le spedizioni". Di fronte a tanta determinata ostinazione, non ho il coraggio di replicare: "se lei alzasse il suo grosso culo dallo sgabellino e si spostasse 2 metri alla sua sinistra, un francobollo riuscirebbe pure a recuperarlo, dalla scrivania del suo collega", ma saluto educatamente, giro i tacchi e mi allontano, con la busta ancora in mano, ma sollevata all'idea di non dover raggiungere l'età della pensione nel tentativo di spedirla.

Proverò con un piccione viaggiatore. O con una email.