Friday, 1 February 2013

Shar Pei

In camerino, cerco di allacciare un paio di pantaloni troppo stretti e per sgombrare il campo d’azione pinzo la maglia tra collo e mento. Quando riesco a chiudere anche l’ultimo bottone, sollevo gli occhi senza mollare la presa e lo noto subito, quel girocollo di pelle superflua. Pappagorgia: suona male e si mostra peggio, in tutta la sua assenza di grazia.

Ho il doppio mento perché paradossalmente sono quasi sprovvista di un mento atto a sostenere quei tessuti che a vent'anni sfidano le leggi della gravità e passati i trenta si arrendono ad esse.

Lascio perdere i pantaloni, e approfitto dello specchio per valutare la gravità della situazione: raddrizzo le spalle, e prendendomi il collo fra le mani tiro la pelle indietro, cercando di stirare la piega. Appena tolgo le mani però, ecco che ritorna, ben definita. Sembro uno Shar Pei. Diventerò uno Shar Pei: questa è solo la prima di una ragnatela di pieghe che si sovrapporrà col passare degli anni al mio contorno.

Al doppio mento non ci sono soluzioni: posso provare a camminare a testa alta, o a indossare sempre la sciarpa, ma devo rassegnarmi  a conviverci.
E pensare che fino al 2007 pensavo di avercelo, un mento… poi un pomeriggio di agosto, mentre ci perdevamo l’uno negli occhi dell’altro ignorando la spiaggia della Sardegna che faceva da contorno, I. mi fa: “certo che a te il mento non te l’hanno proprio dato, eh?” e io gli ho sorriso, perché mi sembrava un’osservazione arguta, ma da quel giorno non ho smesso di cercare il mio mento in ogni superficie riflettente.
Nemmeno in questo camerino, anche se i commenti di I. non li sento da tempo, riesco a vederlo.

Cerco di guardarmi di profilo, e vedo mio padre: quello che ci manca di mento lo recuperiamo di naso; ricordo ancora la sorpresa di scoprirne la metamorfosi, quando nel passaggio tra le elementari e le medie ha preso la sua forma definitiva. La gobba sul naso era il mio unico cruccio, prima della perdita del mento.

Ho letto che gli specchi dei camerini sono montati in modo da toglierti una taglia. Peccato che la luce così abbagliante non faccia un grosso favore al colorito tendente al verde, gli occhi scavati e i numerosi brufoli. Trent’anni e ho ancora i brufoli! Ormoni, dice qualcuno, stress, qualcun altro; adolescenza cristallizzata, è la mia diagnosi.

Non sono mai stata severa con la mia immagine: la mattina, dopo essermi lavata la faccia mi sorrido, per farmi coraggio; se devo risollevare l’autostima mi trucco, mentre quando mi assale lo sconforto vado dal parrucchiere. Possiamo essere più o meno belle in base a quanto la vita ci sta mettendo alla prova, ma possiamo anche vederci più o meno belle, e per lo stesso motivo. Non c’è specchio più impietoso del proprio sguardo.

Quando ero in Sardegna ero in forma: la pelle abbronzata e compatta, grazie all'alternanza di pomeriggi al mare e serate a correre fra i tavoli del ristorante. Le pieghe non avevano ancora fatto la loro comparsa. Vivevo spensierata anche senza mento. E adesso? Cos'è cambiato? Se mi vedessi più bella, sarei anche più contenta? Kate Moss si piace davvero?

Quando bussano alla porta, istintivamente lo sguardo si sposta sui pantaloni, che restano troppo stretti da giustificarne l’acquisto. Mi rivesto e prima di lasciare il camerino mi guardo sorridermi.

Oggi ho passato fin troppo tempo a guardarmi fuori: esercizio interessante, ma incompleto: per rispondere a tutti i dubbi che mi sono scoppiati in testa dovrei trovare uno specchio per guardarmi dentro.   

Tuesday, 15 January 2013

Cannoli a casa Canella


La prima cosa che io noto nella foto è il piatto di cannoli siciliani che troneggia a centrotavola: sarà che ho una passione smisurata per il cibo e che fotografo più i piatti che i paesaggi, ma questi spiccano come cannoli da competizione anche allo sguardo di occhi inesperti. C’è una manina paffuta che con fare esplorativo si avvicina a uno di quei mostri di cialda, ricotta e canditi, e quella manina si accompagna a un musetto furbo, quello di Viola, che con i suoi tre anni e mezzo ha ben chiaro quali sono le priorità della vita e non dedica la sua attenzione alla lucina lampeggiante dell’autoscatto bensì approfitta dei dieci secondi di immobilità dei genitori per sferrare l’attacco indisturbata.

Siamo a casa di Paola e Alessio e ci stiamo concedendo l’ultimo pranzo della lunga parentesi natalizia, come testimoniano le decorazioni appese dietro di noi. La tavola coperta dalla benaugurante tovaglia rossa è già stata sparecchiata, e le tazzine in un angolo aspettano pazienti che il caffè sul fuoco cominci a gorgogliare. Noi siamo seduti tutti schierati dietro al tavolo, e guardiamo fissi l’obiettivo. Sono stata io ad insistere per avere una foto ricordo e ad attirarmi le lamentele di quelli che non avevano nessuna intenzione di alzarsi, spostare sedie e rientrare nell’inquadratura.

Io sono quella con gli occhi chiusi, l’ultima a destra. Chiudo sempre gli occhi in contemporanea con l’obiettivo e compenso  sorridendo troppo, di quel sorriso innaturale che mi fa allungare il collo come uno struzzo. Per una volta però ho almeno i capelli a posto. Vicino a me c’è Petra, che sembra sempre un’adolescente scappata dalle superiori, con quel viso pulito e lo sguardo timido. Se non la conosci, non puoi lontanamente immaginare di cosa sia capace quella donna, cresciuta affrontando imprese quali dieci mesi di volontariato in un orfanotrofio nella zona più povera dell’India. Al centro della foto ci sono Sara e Andrea, una coppia armonica come yin e yang: lei dai tratti nobili e dai modi rarefatti di una principessa eritrea, lui un concentrato di spontaneità contenuto a fatica dall’aspetto scandinavo e l’eleganza preppy delle polo che lo sollevano dalla settimana in giacca e cravatta. La metà sinistra dell’allegro quadretto è occupata dai padroni di casa, la mia personale visione dalla sacra famiglia o, in versione più pop, della famiglia cuore con cui giocavo a immaginarmi un futuro alle elementari.

Abbiamo tutti un bel colorito, e un’espressione beata. Questa fotografia è recentissima, ma ogni volta che la rivedrò, emergeranno i dettagli di quella pigra domenica pomeriggio: le scarpe abbandonate all’ingresso e il bottone dei pantaloni slacciato, la perfezione dei cannoli riempiti sul momento, i cartoni della Pimpa alla TV a volume impercettibile che rimbalzano su un divano vuoto e la luce del tramonto che entra obliqua dalla porta finestra del terrazzo e si riflette sulle palline dell’albero di Natale.
E c’è un indizio che solo noi presenti possiamo cogliere: alle nostre spalle, in mezzo ai disegni di Viola attaccati alla porta c’è un foglietto su cui Paola ha scritto col pennarello verde SCUSATEMI. Era lì ad accoglierci quando io e Petra abbiamo suonato il campanello, e l’avevo immediatamente associato all’odore di bruciato che pervadeva il pianerottolo: “Cos’hai combinato, hai dimenticato la torta in forno?” ho detto a Paola, non appena ci ha aperto; lei ha negato sorridendo e io non ho indagato oltre, finché, dopo cinque minuti buoni di convenevoli mi sono accorta della rotondità che annunciava l’arrivo di un secondo bambino. In effetti qualcosa in forno c’era…
Un foglietto appeso alla porta: così Paola ha scelto di giustificare l’attesa nel comunicarci la dolce attesa. “Le notizie così, non si danno per telefono!”, ha aggiunto, e non potevo essere più d’accordo.

Io, Paola, Petra e Sara ci conosciamo da più di dieci anni: ci siamo trovate in università e non ci siamo più lasciate. Per un gioco del destino, per entrambe le coppie della fotografia galeotto è stato il treno a bordo del quale le loro esperienze da pendolari si sono incrociate. Io e Petra ci lamentiamo sempre della nostra scarsa fortuna, nonostante anni di militanza sui mezzi pubblici.

Sara e Andrea ai bambini ancora non ci pensano, anche se i futuri nonni ormai li hanno chiesti ufficialmente come regalo per il prossimo Natale. Sara è la nostra donna in carriera: è una miniera di consigli professionali, ed è lo sguardo lucido che mi manca quando vengo sopraffatta dall’emotività. L’ultima volta che l’ho messa al corrente delle mie disavventure lavorative ad esempio, sono stata io a dover frenare la sua indignazione, e non viceversa. Petra invece è imprevedibile, e coraggiosa: potrebbe decidere di trasferirsi dall’altra parte del mondo nel giro di una settimana senza fare una piega.    
E quando mi sono imbattuta in questa frase “perché è questo il segreto dei matrimoni riusciti: non smettere di essere stregati ognuno dall’esotismo dell’altro”, l’esempio  di Paola e Alessio ha finalmente trovato una definizione; Alessio è alto e riflessivo, e ispira protezione, mentre Paola è eterea come un folletto, corredata di lentiggini e riccioli rossi e saltella sul mondo avvolta da un’aura di energia positiva a cui è impossibile sottrarsi. Lui è cresciuto in una Taormina inondata di sole e lei sul tetto di una delle valli bergamasche, e quello che hanno fatto insieme è un capolavoro di diplomazia: una bambina che riassume in sé l’edonismo siculo e il pragmatismo lombardo.

E adesso la famiglia si allarga. La nostra famiglia si allarga.

Quando avevo otto anni, la Barbie reaganiana con i capelli corti di un marrone inoffensivo e la gonna al ginocchio, Ken con le bretelle e i mocassini bianchi e i due gemelli cloni dei genitori erano il mio ideale di famiglia perfetta; con il passare degli anni ho capito che nessuna famiglia è perfetta, ma che una famiglia della tua misura te la puoi sempre scegliere.
Io ho scelto le persone con cui prendevo interminabili caffè invece che andare a lezione, con cui preparavo gli esami promettendo che avremo seguito di più i corsi, con cui organizzavo serate e vacanze. Ho scelto loro e la vita che si portano appresso, e loro hanno fatto lo stesso con me. Senza selezione all’ingresso.
Queste persone mi hanno cresciuta: sono loro gli abbracci che cerco quando piango per il cuore spezzato, un sogno infranto o un progetto interrotto sul nascere. Sono loro che abbraccio per congratularmi quando mi annunciano traguardi o per rassicurarle di fronte alle difficoltà. 

L’epoca dell’università è ormai consegnata all’album dei ricordi, e le nostre vite hanno preso binari diversi, ma voglio stamparla, questa foto, e nasconderla in un libro noioso che non presterò… Voglio prepararmi una sorpresa per quando in un futuro imprecisato, facendo ordine sugli scaffali quest’immagine mi scivolerà ai piedi, e mi strapperà un sorriso.

Saturday, 29 December 2012

Mangia prega ama

















Un taxi poi… e tutto per me. Non lo prendo mai, il taxi, e non potrò di certo permettermelo spesso nei prossimi due mesi, però questa volta non c’era alternativa. Ho seguito alla lettera le indicazioni ricevute via mail: in aeroporto ho tenuto stretto il mio zaino rifiutando aiuto e risparmiando mancia e mi sono infilata all’ufficio turistico per farmi indicare un taxi regolare. L’indirizzo dell’ostello l’ho scribacchiato dietro al biglietto aereo: lo passo al tassista, che annuisce, mi carica e si fa strada strombazzando nella lunga coda che lascia il parcheggio per immettersi sulla strada principale.

E che taxi poi… chi se lo immaginava che le gloriose fiat Uno venissero in pensione in Indonesia? Questa è la stessa macchina con cui ho imparato a guidare, una vita fa, nei campi vicino a casa: stessi sedili scomodi, stesso cambio a quattro marce, stessi finestrini che si abbassano con la manovella. Anche il colore è lo stesso: bianco e basta. Alla mia macchina però mancava l’autoradio mentre in questa, dal sistema rudimentale di casse aggiunte al magro impianto di serie, escono le frequenze di una stazione radio locale: quando le prime note di “like a prayer” si diffondono nell'abitacolo il tassista, fino a quel momento silenzioso, alza decisamente il volume e la canta nel suo inglese fantasioso.
Sorrido, e ci scambiamo uno sguardo nello specchietto retrovisore. Non avremo una lingua comune, ma sappiamo entrambi che i primi dischi della signora Ciccone sono pietre miliari nella storia della musica pop.
La canterei anch’io, se non fossi così agitata… rimetto in borsa il cellulare che ho cercato invano di rianimare, e abbasso il finestrino.

Il nostro aereo è atterrato sotto a un acquazzone da manuale e l’asfalto è ancora bagnato. Non c’è quel caldo soffocante che mi immaginavo… Ma in fondo cosa potevo immaginarmi?
La mia idea di Bali fino all’anno scorso era sintetizzata dalla minacciosa maschera di legno intagliato che mia zia tiene appesa nel tinello, ingombrante ricordo di un viaggio di nozze col sapore di un’impresa coloniale. Poi è arrivato Hollywood, che in modo brutalmente illusorio mi ha presentato Bali come il posto in cui Julia Roberts, ingrassata a Roma e dimagrita in India trova infine la pace dei sensi con un Javier Bardem abbronzatissimo e proprietario di mezza isola. Mangia, prega, ama: è questo il mio programma di viaggio, anche se la preghiera che tutto vada per il meglio finora ha messo in ombra il resto.
Sono una donna emancipata e non posso permettermi di credere alle favole, ma sarebbe bello se anche la mia Bali, andando contro all’evidenza, non assomigliasse alla periferia intasata di traffico di qualsiasi città.

Sono mesi che mi sento chiedere “Allora, come va con I.?”; le relazioni a distanza non sono facili, nemmeno da spiegare, e negli ultimi tempi gli sguardi condiscendenti dei miei amici mi hanno messo spesso a disagio. Sono mesi che lui è partito e io l’ho seguito come potevo mentre viaggiava tra i fusi orari di Sudamerica e Oceania. Da pendolare dell’amore ora ne sono diventata la cronista: narro le sue gesta evitando di raccontare che ruolo gioco io in tutto ciò. È per rispondere a quest’unica domanda che senza aspettare che il mio ragazzo mi invitasse a raggiungerlo ho comprato un biglietto e dopo 36 ore di viaggio mi ritrovo qui, su questo taxi che comincia a starmi stretto;  l’odore di Arbre Magique appena scartato mi da’ alla testa: un deodorante all’aroma chimico di cocco in un paese esotico, ricoperto di palme… Ma perché?
Abbasso il finestrino: fuori dal taxi scorrono al rallentatore muretti e recinzioni che faticano a contenere una vegetazione che scoppia di salute: come cercare lussureggiante sul dizionario illustrato. Sono piante invadenti, con ampie foglie lucide che arrivano a coprire come a proteggerle delle piccole costruzioni che punteggiano la strada: sembrano delle case in miniatura appoggiate sopra una colonna, decorate con drappi gialli e con vassoi di foglie pieni di fiori. Credo che abbiano qualche significato religioso perché davanti ad ogni casetta brucia un bastoncino di incenso. Vorrei chiederlo al tassista, cosa sono questi altari, e vorrei anche chiedergli quanto ci vorrà ad arrivare a destinazione con questo traffico, ma lui non parla inglese e io non parlo più, che forse per il finto odore di cocco o per la paura di non trovare nessuno ad attendermi faccio fatica a respirare.

Con I. ci siamo sentiti una settimana fa, quand’era ancora in Nuova Zelanda. Sarà stato prematuro, ma gli ho chiesto se aveva capito cosa voleva fare una volta che il suo giro del mondo l’avesse riportato al punto di partenza. Lui si è rabbuiato, ed è riuscito solo a dirmi “non puoi chiedermi di tornare a Francoforte”. Francoforte... una città in cui sono finita per stare con lui, e che sarei pronta a lasciare dopodomani, per stare con lui. 
Sono più di tre anni che saltiamo da un posto all’altro, da un lavoro all’altro per paura di mettere radici, e a me comincia a mancare la terra sotto i piedi.

“Rita’s house?” domanda il tassista indicando un edificio rosa alla nostra destra. Fuori dal cancello c’è I.: ha una maglietta gialla e non l’ho mai visto così abbronzato. Non sarà Javier Bardem, ma nemmeno io sono Julia Roberts... “Stop!” ordino, e quando il taxi si ferma I. mi vede e mi viene incontro.
Pago e raccolgo lo zaino mentre I. si fa sempre più vicino alla portiera. Stringo la maniglia e inspiro forte come prima di un tuffo. Andrà. Tutto. Bene. 

Thursday, 13 December 2012

Dottore del buco


Non appena mi richiudo la porta alle spalle, vengo abbracciata da un enorme mazzo di fiori. Tenendolo stretto, mi faccio spazio a colpi di naso per riuscire a intravedere chi mi sta aspettando in cortile dopo essere stato seduto dietro di me in aula magna mentre discutevo la tesi. Sto spuntando mentalmente la lista delle presenze quando vengo sommersa da un’ondata di facce amiche e ancora impacciata dal cespuglio multicolore che stringo tra le braccia, comincio a distribuire baci.

Paola sembra vittima di una paresi facciale, da quanto sorride; so che i fiori me li ha comprati lei, e so anche perché: dal basso dei miei biechi calcoli costi-benefici, le avevo confessato che trovavo stupido pagare così tanto una cosa che sta già morendo. Le avevo anche confessato che nessuno mi aveva mai regalato fiori, ma che era meglio così, perché tanto non avrebbe avuto senso pagare così tanto una cosa che sta già morendo.
“Ti piacciono?” mi chiede Paola. “Tantissimo” rispondo io, e come sempre con lei non c’è bisogno di mentire. Questo mazzo di fiori, giallo di girasoli e rosso di peperoncini, è irriverente, chiassoso, genuino, e mette di buonumore. Proprio come Paola, con gli indomabili riccioli rossi le improbabili calze a righe.   

Sono venuti tutti per la mia laurea: i miei compagni di università, anche quelli che saranno al mio posto nei prossimi giorni, la mia famiglia, gli amici di lunga data e le colleghe del negozio. Durante le foto di rito,  quando l’intera squadra di calcetto dell’aula studio si cala letteralmente le braghe davanti all'obiettivo di mia sorella, un usciere ci chiede di contenere l’entusiasmo, per rispetto a quegli studenti che devono ancora discutere la tesi.
La Lu mi gira intorno con la macchina fotografica, scattando a ripetizione. Le sequestro la macchina, con la scusa di testimoniare la sua presenza dall'altro lato dell’obiettivo, ma anche con l’intenzione di cancellare tutte le foto in cui sembro un mostro, e mi ritrovo così a ripercorrere l’ultima mezz'ora com'è stata fermata per immagini.

Nella prima foto ci sono io di spalle, a spezzare un semicerchio di cinque professori visibilmente annoiati. Il tavolo che ci separa è massiccio, di legno scuro, solenne come i pesanti tendaggi di velluto che incorniciano le finestre, e le lunghe toghe nere che impacciano i docenti quando si passano la mia tesi. Una fotografia che funzionerebbe benissimo anche in bianco e nero, nel suo essere fuori dal tempo.

La seconda foto invece è presa più da vicino: nell'inquadratura rientriamo di profilo solo io e il mio relatore, che ha assunto lo stessa espressione della gioconda, nonostante si noti che io sto gesticolando risolutamente a caccia di approvazione. Lui è Antonio Scurati, docente di sociologia della comunicazione. Mi era bastato vederlo una volta sedersi sulla cattedra con nonchalance per sceglierlo come relatore. A tutti noi del terzo anno era noto come il killer: si era presentato la prima lezione del semestre vestito completamente di nero, con tanto di dolcevita e guanti di pelle, e il nomignolo gli era rimasto appiccicato addosso tutto l’anno. Un uomo alto, con gli occhi di ghiaccio, poco incline al sorriso, vintage di classe come un cattivo di James Bond.

Nella terza foto è lui a parlare, rivolgendosi al presidente della commissione, mentre io sfoglio la mia tesi come se la vedessi per la prima volta.
Avevo scelto di scrivere dei Radiohead, cercando di fare un parallelo fra i musicisti che avevano accompagnato le rivolte studentesche del ’68 con le loro canzoni di protesta e questa band di Oxford che invece raccontava benissimo lo spaesamento che aveva seguito i tragici fatti dell’undici settembre. La tesi l’avevo intitolata Il rock nella società del rischio, e sentivo che poteva funzionare. Il Professor Scurati non conosceva i Radiohead, ma aveva accettato la mia proposta senza riserve. La sfida consisteva semmai nel presentare il mio punto di vista anche agli altri membri della commissione.

Nella quarta foto, la mia tesi è passata fra le mani del presidente della facoltà, il quale mi lancia uno sguardo da sopra gli occhiali a cui io rispondo mordendomi il labbro: era una domanda retorica la sua, e la risposta campeggiava sulla prima pagina, scritta di mio pugno, eppure era bastato quello per farmi andare nel pallone. Sono ancora frastornata, ma dalla nebbia della frenesia riemergono alcuni dettagli: la discussione… perché ho fatto un discorso così generale e non mi sono invece concentrata sull’analisi dell’album che ben rappresentava le teorie analizzate? Avrei potuto far ascoltare un pezzo di canzone, mostrare l’artwork dei dischi… Sapevo di avere solo una decina di minuti, e quando sono scaduti è dovuto intervenire il relatore a tirare le fila del mio discorso. Me la sono giocata malissimo. Scrivere e riscrivere una cosa per settimane può darti l’impressione di averla imparata, ma comunicarla in modo efficace è un'altra cosa.

Ed ecco la quinta foto, scattata prima del frontale con il mazzo di fiori: io che infilo l’uscita dall’aula magna con lo sguardo basso e le labbra serrate. Espressione che ho  assunto anche in questo momento, concentrata sul display della fotocamera e assente dai festeggiamenti di cui dovrei essere protagonista.

“Tutto bene, Clod?” mi chiede Paola “Beh, potevo prepararla meglio la presentazione”, rispondo, per dare sfogo alla sensazione di malessere che mi ha invaso . “Ma va, scema, sei andata benissimo! E poi fanno così con tutti i professori: fanno finta di ascoltarti, ma in realtà pensano solo a cosa ordineranno per pranzo al ristorante”. Sorrido a Paola, anche se non sorrido dentro: lì dove ci dovrei sentire un’esplosione di sollievo c’è un grumo di rabbia, e non so perché. O forse lo so, anche se non mi va di raccontarmelo… Dopo tre anni di totale anonimato avevo finalmente la possibilità di esprimermi, di raccontarmi, di spiegare perché avevo scelto di trattare un argomento come la musica, e invece mi sono sentita ripetere la lezioncina imparata a memoria. 
Sono una secchiona, lo sono sempre stata, e non ho nemmeno il coraggio di difendere le mie opinioni.

Mentre rimugino sull'occasione sprecata, attraverso il cortile e raggiungo i miei genitori, che in piedi in un angolo osservano le manifestazioni di affetto più svariate, intontiti dal caos che ha preso piede.
Non riesco a collocarli, tra le mura dell’università e forse per questo che non avevo insistito perché venissero oggi: si tratta di una laurea di primo livello in scienze della comunicazione, non certo di un traguardo accademico. Ma alla fine sono contenta che mi abbiano accompagnato: hanno appoggiato –e finanziato- ogni mia decisione, senza mai chiedere un riscontro, e sarebbe stato egoista escluderli da questa grossa parte della mia quotidianità. Mamma, che non mi farebbe mai un complimento in pubblico, si preoccupa dell’aspetto pratico, chiedendomi se ho deciso dove andremo a mangiare, mentre papà mi sorride, sintetizzando così quelle mille parole che non riuscirebbe comunque a pronunciare.
Sono tutti fieri di me, tranne la sottoscritta. Non voglio rovinare la giornata a nessuno, specialmente a me stessa, ma non riesco a rassegnarmi al fatto che avevo una sola possibilità, e non l’ho sfruttata al meglio.

Spiego a mamma che prima di andare a pranzo dobbiamo aspettare il momento della proclamazione, e mi ributto nella mischia. “E adesso cosa farai?” mi chiede mio cugino, e io rispondo “vacanza”, che in fondo è quello che ho fatto finora… A scuola me la sono sempre cavata senza grossi sforzi, e l’università non è stata un’eccezione: ho riempito il mio libretto di esami e non ho perso tempo, ma non mi sono mai messa in gioco davvero. Non ho mai fatto la fatica di mia sorella che sputa sangue su quei modellini di architettura che la tengono in piedi tutta la notte. E se non mi fa piacere quando mi dice che la mia facoltà è facile, è perché so che ha ragione.

Io e altri cinque studenti veniamo convocati nuovamente in aula magna per la proclamazione: i professori ci attendono in piedi davanti al tavolo, e noi ci allineiamo di fronte a loro. Mi laureo con 107 su 110. Un voto senza infamia e senza lode.
 “E adesso cosa farò?” penso, mentre stringo la mano al professor Scurati, tenendolo stretta più a lungo del dovuto mentre cerco nei suoi occhi di ghiaccio l’ombra di una risposta. Ma i suoi occhi mi restituiscono solo la mia immagine riflessa.

Wednesday, 5 December 2012

Claudia, mia sorella

Sto facendo un corso di scrittura. Lo sanno anche i soprammobili di casa mia. D'altronde, ho trovato casa al Pigneto e non posso non avere velleità artistiche, pena lo sfratto.
Pubblico qui tutti i miei compiti a casa, perché sono una che non butta via niente, e così mento a me stessa sul fatto che sto trascurando il blog.

L'esercizio di questa settimane era immaginare il discorso che qualcuno avrebbe fatto al nostro funerale, e io che sono autoreferenziale a priori mi ci sono trovata a mio agio. Ho messo queste parole in bocca a mia sorella, conscia del fatto che in realtà lei sarebbe molto più spietata. Enjoy it!


Claudia ci ha messo una vita a imparare a stare da sola con se stessa senza annoiarsi. Nessuno l’ha potuta accompagnare in quest’ultimo viaggio, e sono sicura che sentirà molto più lei la nostra mancanza che non noi la sua.

Non so quale Claudia vi resterà attaccata alla memoria… Essere sorelle ha significato condurre due esistenze parallele, almeno fino agli anni del liceo: l’anno e mezzo che separa le nostre nascite era troppo breve per separare anche le nostre esperienze. E così, crescendo, di Claudie ne ho conosciute tante, e resterò in compagnia di ognuna di loro.

Mia sorella era un organismo mutevole, ma in ogni sua mutazione rimaneva ancorata ad alcuni punti fissi.

Aveva un profondo senso di giustizia, e da quando si era tatuata un simbolo buddhista su un piede affermava di credere nel karma, che chiamava così per svecchiare l’immaginario cattolico sbandierato da nostra madre. Ma se la ricompensa non arrivava immediatamente, non ci credeva più: se dopo un’ingiustizia subita gli eventi non rientravano in carreggiata, soffriva di un istantaneo calo d’entusiasmo. Era totalmente sprovvista di pazienza, per lei era tutto e subito.
Claudia non aveva mai pensato alla morte, perché la morte non l’aveva mai sfiorata, eppure si sentiva morire ogni volta che le cose non andavano secondo i suoi piani. Fortunatamente, non ne faceva un dramma. Lo sconforto offuscava la sua costante euforia con la stessa rapidità di una nuvola che per un attimo oscura il sole.

Tra i quattro stereotipi alla Sex and the City in cui tutti abbiamo provato a riconoscerci, Claudia, anche se giocava a fare Carrie, era 100% Charlotte, l’inguaribile ottimista. La sua amica Laura, che apprezzava il cinismo di Miranda, dopo un paio di settimane di frequentazione in università l’aveva ribattezzata Pollyanna-di-merda. Mai soprannome fu più azzeccato.

Claudia era empatia pura, e il suo umore la cartina al tornasole dello stato d’animo delle persone a cui era più legata. Era l’unica donna che conoscevo totalmente priva di mistero: era come un fascio di nervi esposto, che rispondeva a qualsiasi stimolo senza potersi controllare.
Azione e reazione, conditi dall’occasionale pentimento.
Ricordo che alle medie, la professoressa di lettere aveva fatto un test a tutta la classe: ogni studente doveva immaginare un deserto e posizionarvi un cubo, una scala, un albero e un cavallo. Questi oggetti simbolici rappresentavano concetti più ampi: il cubo ad esempio era la proiezione della propria personalità e le caratteristiche attribuite a questo solido raccontavano qualcosa della persona che l’aveva immaginato. Il cubo che Claudia aveva immaginato era di vetro. E una Claudia fatta di vetro non poteva nascondere nulla.

Forse per questo ha sempre avuto la lacrima facile, anzi facilissima; piangere era la sua risposta prediletta. Col tempo, aveva affinato la tecnica, e piangeva in modo composto, senza che il naso gocciolasse e senza fare smorfie, ma le lacrime non è mai riuscita a trattenerle. Piangeva di commozione davanti alla bellezza , di frustrazione davanti alla stanchezza, di rabbia davanti a un sopruso, di dolore davanti a una delusione. Piangeva quando non le venivano le parole.
E questo è strano, perché sappiamo tutti che Claudia parlava tantissimo: la comunicazione era un'altra delle sue fisse.

C’è questa foto che è rimasta negli archivi della nostra famiglia: ci sono io in fasce nella culla con gli occhi fissi su mia sorella che in groppa al suo cavallo a dondolo sfoglia un gigantesco libro: l’espressione concentrata e la bocca aperta suggeriscono che mi sta raccontando una favola, metà inventata, metà rimaneggiata con l’aiuto delle figure.

A Claudia le storie sono sempre piaciute. Le piaceva raccontarsi, come faceva nel suo blog, ma le piaceva ancora di più sentirsi raccontare le vite degli altri. Non a caso, i suoi film e i suoi romanzi di riferimento erano quelli che avevano come protagonisti la gente comune, quelli che mostravano lo straordinario racchiuso nel quotidiano. Aveva fatto suo il motto del pianista sull’oceano “non sei fottuto veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”, e per non rimanere mai a corto di storie, faceva un sacco di ricerca sul campo. Era un’appassionata osservatrice del genere umano: giocava a fare sociologia da quattro soldi, e riusciva a essere curiosa senza essere maliziosa.

Sento che mia sorella mi è vicina, che in questo momento ci sta osservando e che avrebbe mille domande da farci. Per questo vi chiedo di farle un regalo: la prossima volta che vi ricorderete di lei, perché non le raccontate qualcosa che vi è successo, così da tenerla occupata con le vostre storie? Sono certa che apprezzerebbe. 

Wednesday, 28 November 2012

Suor Andreina

Io ho imparato a leggere a 5 anni, perché ho giocato tantissimo con il grillo parlante che mi ha portato santa Lucia. Adesso ho 6 anni e mezzo e sto imparando a scrivere in corsivo.
La zeta in corsivo maiuscolo è difficile: è piena di pance e trattini, e mi esce tutta storta. Perché il mio cognome inizia proprio con la zeta? Suor Andreina sta passando fra i banchi a controllare che abbiamo scritto il nostro nome corretto sul quadernone di ortografia; lei è la nostra la maestra: è vecchissima, perché ha i capelli grigi che le escono dal velo, e ha lo stesso odore che sento quando prima di pranzo vado in cucina a prendere il cestino con il pane da portare in refettorio.
A mia mamma suor Andreina piace perché è severa, a me non piace perché è troppo severa.

Ecco, ho fatto un pasticcio: ho scritto il mio nome tutto a penna e non riesco a cancellare la zeta con la gomma, nemmeno se lecco il lato blu come mi ha fatto vedere Marco. La mia zeta non sembra la zeta che suor Andreina ha disegnato con il gesso sulla lavagna... la mia zeta è proprio brutta. Adesso strappo il foglio e ci riprovo.

Oggi sul banco ho l'astuccio delle Barbie di Lidia. Lidia è la mia amica del cuore, e ci scambiamo le cose: lei mi ha prestato le penne che profumano di frutta e io le ho dato il mio temperino a forma di lattina di coca cola. Lidia però non è la mia vicina di banco, anche se a me piacerebbe molto. In classe siamo in 22, 15 maschi e 7 femmine, e vicino a me ci sono Stefano da una parte e la finestra dall'altra.

La mia scuola è più bella dell'asilo di mia sorella perché qui c'è un giardino grandissimo, con le altalene che vanno veloce e un campo da calcio vero. Dentro al giardino vive un pavone, tutto blu e verde: a me fa un po' paura perché quando strilla sembra un elefante, però quando guardo fuori dalla finestra dell'aula lo cerco sempre. A volte le suore lo lasciano uscire dalla gabbia, ma non quando facciamo ricreazione. Settimana scorsa ho trovato nel prato una piuma della coda, di quelle che il pavone usa per fare la ruota  e l'ho regalata alla mamma. 

A me piace tantissimo colorare, e anche a Luisa, la mia sorellina, ma lei è piccola e non riesce a stare nelle righe. Ieri, durante educazione artistica, abbiamo colorato l'autunno; era tutto su una fotocopia: una zucca, tre castagne e due foglie cadute da un albero. Dato che ora sono grande, posso usare i pastelli acquerellabili, che devo stare attenta a non far cadere, altrimenti si rompe la mina dentro e ogni volta che si temperano si stacca la punta. Io ho una scatola di metallo con 25 pastelli acquerellabili che tengo sotto al banco e quando li uso poi li rimetto sempre via in ordine di colore, dal bianco al nero. 
Quando dovevo colorare l'autunno ho preso il viola, il mio colore preferito, e ho colorato la zucca. Sono stata velocissima. Ma quando ho chiamato suor Andreina al banco e la ho fatto vedere cosa avevo fatto, lei non ha sorriso come fa sempre la mamma quando le porto i miei disegni. No, lei mi ha detto: “Claudia, le zucche non sono viola, sono arancioni”. Poi ha preso un'altra fotocopia e due dei miei pastelli, quello arancio chiaro e quello arancio scuro, e ha colorato un pezzo di zucca, facendo le sfumature. “Si fa così”, mi ha detto “vai avanti da sola”. 
Mi sono guardata intorno: tutti i miei compagni stavano colorando la zucca di arancione. 
Per fare le sfumature come quelle di suor Andreina, lecco la punta del pastello, perché è così che si trasforma in acquerello. Ha un sapore buonissimo, anche se non sa di arancione.

Quando sentiamo bussare alla porta, tendiamo l’orecchio, 22 pastelli si fermano a mezz’aria e 22 paia di occhi guardano la maestra: suor Andreina va ad aprire, fa entrare un uomo con dei grossi baffi neri e ci dice: “Bambini, questo è il sindaco di Rodengo Saiano, salutate”. Io non so cosa fa il sindaco di lavoro, ma so che è una persona importante. Io e i miei compagni diciamo “Buongiorno”, perché ai grandi non va bene dire “ciao”. Il sindaco non dice nulla, guarda i nostri disegni appesi alle pareti e la zeta sulla lavagna, poi sorride e se ne va. Quando il sindaco chiude la porta però, suor Andreina non sorride: è tutta rossa in faccia, ha le mani chiuse e pugno e urla “siete un branco di somari, dovevate alzarvi!”.
Siamo stati davvero così somari? Noi ci alziamo sempre quando entrano le maestre, chi lo sapeva che il sindaco è più importante delle maestre? E poi il sindaco non sembrava arrabbiato, suor Andreina invece sì.

Io non voglio che Suor Andreina si arrabbi: quando si arrabbia strilla più forte del pavone che sembra un elefante, quando mi sgrida io mi metto a piangere e quando piango i miei compagni si mettono a ridere, e a me non piace e così piango ancora di più.

Ho pianto in classe quando una volta mi sono dimenticata di fare i compiti di matematica, e Suor Andreina mi ha messo un brutto voto. Non avevo mai preso male, io prendo sempre bene, e a volte benissimo.  
Ma quella volta sul quaderno c’era scritto male grande, in rosso, con tre punti esclamativi e a penna. Non potevo cancellarlo, e avevo paura a dirlo alla mamma, ma quando lei lo ha visto mi ha spiegato che non era successo niente, e che se la prossima volta sto più attenta non succederà più.

Quando arrivo a casa il pomeriggio la mamma prepara la merenda e io guardo i cartoni con Luisa. I miei cartoni preferiti sono i puffi. Io vorrei essere puffetta, ma la mamma mi taglia sempre i capelli corti come un maschio. Gargamella, che è cattivo perché vuole mangiare i puffi, ha un vestito lungo e nero come quello di suor Andreina. Io e i miei compagni invece abbiamo tutti il grembiule blu, e sembriamo proprio i puffi.

Certi giorni mi piacerebbe essere un puffo perché loro non vanno a scuola e non devono fare i compiti. Ma poi mi ricordo di Gargamella e penso che anche se suor Andreina a volte è cattiva, almeno lei non vuole mangiarci.

Grand Central, novembre 2006


L’unica cosa che mi da’ la forza di uscire dal piumone in questa gelida mattina di novembre è il pensiero che da domani potrò dimenticarmi di puntare la sveglia. Se mi alzo e inizio questa giornata, ogni minuto che passa sarò più vicina a un’intera settimana di tregua da questo tour de force.

Sono stata ripresa da Melissa perché negli ultimi giorni il nostro rituale mattutino si è consumato in tempi un po’ stretti, costringendo le bambine a fare colazione di corsa e rischiando di arrivare tardi a scuola.

In realtà la sveglia suona sempre alla stessa ora, ma ultimamente gli incidenti di percorso si sono moltiplicati; ieri mattina ad esempio, quando minacciava neve, Harriet voleva uscire di casa in maniche corte e c’è voluto un quarto d’ora di trattative per convincerla che portarsi un maglione non era poi un’ idea tanto malvagia.

A me fino alla quinta elementare come mi vestivo lo decideva mia mamma, e infatti sfoggiavo dei colletti con il pizzo da fare invidia al piccolo lord Fauntleroy. A me fino a quando non ho raggiunto mia mamma in altezza, se facevo i capricci arrivavano anche un paio di sculaccioni ben assestati, a risolvere il contenzioso.

Ma questi bambini americani sono organismi più complessi, versioni in miniatura dei loro genitori, nevrosi e idiosincrasie comprese: e così, mentre l’istinto mi urlava di infilare la testa e le braccia di Harriet dentro un maglione, senza grosse giustificazioni, lo sguardo della sua mamma affacciata sulla soglia mi obbligava a fingere di ignorare il tono polemico e continuare l’opera di diplomazia. Infruttuosa. “Tu non puoi dirmi cosa devo fare!” mi ha urlato a un certo punto Harriet, con un’aria di sfida che io non ho sfoggiato  nemmeno negli anni della contestazione adolescenziale. E se dice queste cose adesso che ha cinque anni, non oso immaginare che slogan farà suoi quando l’adolescenza arriverà davvero.

L’aria è elettrica in questi giorni: sono tutte e tre nervose, mamma e figlie, perché stasera arriva Steve, il papà di Lyla e Harriet, a prendersi la sua fetta semestrale di affetto filiale.
Dell’ex marito so solo che se n’è tornato in Inghilterra a inventarsi una nuova famiglia proprio nell’autunno del 2001 in un momento drammatico sia per New York che per Melissa, che aveva recentemente perso la madre poche settimane dopo aver avuto la seconda figlia. Sono poche informazioni, ma sicuramente non rappresentano un buon biglietto da visita.
Un paio di settimane all'anno Steve, invece che essere una voce dal forte accento di Manchester che telefona il giovedì per salutare, si materializza e porta le figlie in vacanza con lui.  

Sono genitori part-time, questi WASP che hanno studiato e continuano a lavorare nella grande mela, ma che si sono spostati dal bilocale alla villetta a nord della città per permettere alla prole e a un cane di scorrazzare felici in giardino. Troppo impegnati a guadagnare soldi per pagare l’au pair da sfoggiare alla cena di Thanksgiving per dedicarsi a passatempi quali svegliare o mettere a letto i propri figli.
E sono genitori full time le au pair europee e le bambinaie sudamericane che si incontrano al parco giochi il pomeriggio, alla guida di passeggini superaccessoriati.

All'ora in cui Melissa scende in cucina per la dose quotidiana di caffè e New York Times io rientro a casa dopo aver svegliato, vestito, pettinato, sfamato e accompagnato a scuola le sue figlie. All'ora in cui lei rientra per cena, io ho già rifatto l’intero processo al contrario.

Vivo con una mamma single, e non la invidio: dal lunedì al venerdì è tappata in ufficio, mentre il fine settimana viene travolta da un turbine di attività pianificate in modo che le figlie non si annoino mai.
Chissà cosa farà questo fine settimana, quando loro saranno con il padre… l’uomo che prima l’abbandona e torna solo per portarsi via le sue figlie;  l’uomo cui lei ha impedito di presentarsi a casa, perché sa che non riuscirebbe a nascondere il dolore e la rabbia del distacco di fronte a Lyla e Harriet.
Ha deciso che è meglio fare tutto in sordina, e ha quindi chiesto a me di accompagnare le bambine in città, dove il padre ha preso una stanza in albergo.

Nel pomeriggio preparo la valigia: Melissa vorrebbe darmi delle indicazioni, ma non riesce a concentrarsi. Sono tre giorni ormai che è in stato catatonico: è gelosa che le bambine vogliano passare del tempo con Steve, e allo stesso tempo desidera che si trovino bene con lui anche questa volta, e che non sentano troppo la sua mancanza. Ci accompagna in stazione, e riesce pure a sorridere quando il treno lascia la banchina e noi la salutiamo dal finestrino. Che donna: da grande voglio essere come lei. Magari con un pizzico di fortuna in più.

Sul treno Lyla è euforica: mi racconta delle ultime vacanze con il padre -d’estate in una casa in Toscana con una mega piscina, circondata da uno stuolo di fratelli e sorelle acquisiti- e comincia a fare una lista di tutto quello che vorrebbe fare in questi giorni speciali in città. Harriet è invece silenziosa, combattuta tra la voglia di rivedere papà e la paura di stare lontano da mamma.

Arriviamo a Gran Central all’ora di punta, e mentre attraversiamo il grande atrio alla ricerca dell’uscita giusta per montare su un taxi, l’incoscienza mi abbandona: d’un tratto è come se mi vedessi dall'alto  mentre tiro un trolley e tengo per mano due bambine di 5 e 9 anni, noi tre a formare una piccola carovana colorata persa nella pancia di una città che non conosco. Un brivido mi attraversa la schiena, nonostante mi renda conto che è una cosa semplice quella che mi è stata chiesta, perfettamente calibrata sulle mie possibilità. E infatti non ho problemi a fermare un taxi, caricare bagagli e passeggeri e indicare l’indirizzo corretto al tassista.  

Dal taxi telefono a Steve, e quando raggiungiamo l’albergo lui è già sulla soglia ad aspettarci. La bambine gli saltano al collo mentre io scarico la valigia, poi mi ringrazia e ci diamo appuntamento per la domenica.  

Mentre cammino veloce verso la metropolitana mi sento leggera: sarà che sono ufficialmente in vacanza penso, e per cinque lunghi giorni non dovrò prendermi cura delle bambine… Ma è una leggerezza strana questa, che non mi fa rilassare, come quando hai la sensazione di aver dimenticato qualcosa da qualche parte: forse non sono leggera, forse ho solo un grande vuoto dentro. Ho lasciato Lyla e Harriet da cinque minuti, e già mi mancano.

Io che ogni lunedì avevo bisogno di essere rassicurata al telefono da mia madre, per sentirmi ripetere che sarei sopravvissuta a un’altra settimana, io che temevo quotidianamente di non farcela, io che facevo i capricci perché non tutti i giorni erano come il sabato che passavo a perdermi tra le street di Manhattan  io ero in grado di prendermi cura di un altro essere umano. Anzi, di due.

Le cose, dopo quel viaggio in treno, non sarebbero mai più state le stesse: partivo figlia, sorella maggiore di due bambine al seguito, e tornavo madre, o quasi.
Non sono mai cresciuta tanto in un pomeriggio solo.