Sunday, 11 November 2012

Vernissage

“Alla galleria d’arte dove lavora Marco inaugurano una mostra domani sera, potremmo fare un salto…” mi dice Valentina, mentre scola la pasta. “Volentieri” rispondo io con genuino entusiasmo, mentre cerco un buco per infilare la mia spesa. Siamo nella cucina che da due giorni è anche la mia cucina. Una cucina piena di pensili pieni di confezioni piene di cibo. Provviste per eserciti per mesi d’assedio. O uno degli schemi infernali degli ultimi livelli di Tetris.

Valentina e Marco sono due dei miei nuovi coinquilini. In tutto siamo in cinque, in questo “villino cielo terra” come diceva l’annuncio su Porta Portese, recentemente ristrutturato, trasformato in studentato e sottratto agli studenti assegnatari dopo un paio d’anni di feste alla Animal House, che hanno messo a repentaglio non solo la sicurezza degli occupanti ma soprattutto la struttura della casa. Ora l’affitto lo paghiamo noi, trentenni lavoratori dalle belle speranze. 
Cinque vite che si annusano in questa grande cucina, e si nascondono dietro alle porte delle camere da letto.  

Casa nuova quindi, e coinquilini nuovissimi. Non è la mia prima volta: dopo sei spostamenti negli ultimi otto anni dovrei esserci abituata eppure… C’è sempre il brivido della scoperta. Potrebbe andare benissimo, o diametralmente male. Ma sono un’ottimista cronica e poi, come dice mia mamma “non ho sposato nessuno” quindi tanto vale provarci.

Sono a Roma da un paio di mesi, ho riallacciato i contatti con un gruppetto di amici fidati di base qui, ma gente nuova  non l'ho ancora conosciuta. Mi sono trasferita per lavoro, incuriosita da come le coincidenze si fossero allineate per facilitarmi la transizione da Milano nel giro di tre settimane, e da Roma, che finora non ha deluso le aspettative. Però il sabato sera a volte lo passo da sola. E non mi piace. Per questo ho puntato sul Pigneto: perché sarà scontato, ma è il quartiere dove sembra che tutto sia sul punto di accadere. E per questo ho scelto una casa grande, con un giardino pensato apposta per la grigliate estive, e tanti coinquilini. Per moltiplicare le occasioni di contatto umano.

Arriva la sera dell’inaugurazione della mostra: esco dall’ufficio dove ho passato 9 ore in compagnia di un mal di testa martellante e mi dirigo verso via Giulia guidata da un pezzo di carta su cui ho ricopiato minuziosamente la porzione di città suggerita da Google Maps. 
Devo smettere di convincere me stessa dell’inutilità di uno smartphone.

Valentina è in ritardo, ma mi sono accertata, tempestandolo di sms, di trovare Marco il quale, appena mi avvicino all’ingresso, mi viene incontro, mi saluta con trasporto e fa gli onori di casa mettendomi in mano un bicchiere e riempiendolo di prosecco, mentre mi presenta a alcuni suoi amici tutti incamiciati. La parola vernissage mi scoppia in testa, seguita dall’aggettivo inadeguata riferito a me, con i capelli non proprio freschi e un brufolo sul mento che il correttore non riesce a mascherare. “Devo fare bella impressione”, è il mio mantra. “questa gente non mi conosce. Non ancora, almeno”.  

Guadagno del tempo infilandomi in galleria per vedere le opere in mostra. Mi piacciono. Non saprei dire da che corrente prendano ispirazione, o come venga espresso il fil rouge de “La città meccanica” che da’ il titolo, ma sono tutti quadri che appenderei volentieri a casa. Mi piacciono i colori.
Quando mi affaccio di nuovo in strada, trovo Matteo, il coinquilino numero quattro. Ci eravamo incrociati dodici ore prima in pigiama a aspettare che la caffettiera si mettesse a gorgogliare e quasi non lo riconoscevo nel trench avvitato che fa eco ai suoi tre anni passati a Londra. Mentre ci lanciamo in un’accalorata discussione su quale sia la capitale europea più vivibile e perché Roma non può rientrare nella lista (argomento su cui sono ferratissima), ci raggiunge anche Valentina che esordisce con “madò, mentre cercavo parcheggio vi sono passata davanti con il lato della macchina tutto ammaccato!”. 
A quanto pare, non sono l’unica che ha paura di sentirsi fuori posto.

Dopo il terzo giro di prosecco e sigaretta, Marco saluta l’artista, chiude la galleria e ci chiede se vogliamo andare a cena con lui e alcuni suoi colleghi. Non che avessimo altri programmi. Non io, almeno.

E così senza quasi rendermene conto sono seduta a un tavolo con otto persone e tra queste quella con cui ho passato più tempo la conosco da due giorni. Di nuovo si riaffaccia il brivido della scoperta.
Il mattatore della serata è senza dubbio Antonello, un collega di Matteo che ha fatto della simpatia forzata il suo marchio di fabbrica. È un atteggiamento abbastanza fastidioso il suo, ma che in questa particolare situazione si rivela provvidenziale: la sua loquacità infatti non lascia spazio all’imbarazzo proprio dei momenti di silenzio che si creano tra persone che non si conoscono bene.

L’argomento che ci accomuna è la casa, chiamata Fortebreaccio dal nome della via in cui si trova, e da tutti i presenti frequentata in tempi non sospetti. “Se quelle mura potessero parlare…” ci lancia l’assist Antonello e noi lo interroghiamo sulle feste epiche da lui organizzate e subite, e il racconto si invischia nella nostalgia di aver visto cose che noi umani possiamo soltanto immaginare…

E poi, proprio mentre la serata sta scemando e io comincio a pensare che non è andata poi così male, vengo assalita dalla nausea. Il segnale che mi lancia il mio corpo non potrebbe essere più chiaro: devo vomitare, e il solo pensiero mi paralizza.
Mi chiudo in bagno, mi infilo due dita in gola, ma senza successo. Esco ripetutamente a prendere boccate d’aria che però danno un sollievo solo momentaneo. È una cosa su cui non posso esercitare nessun controllo. È il corpo, con i suoi bisogni primordiali, che non rispondono nemmeno alla volontà più ferrea.

Se fossi stata con i miei amici, avrei espresso il mio disagio, dichiarato che la mia serata finiva lì e sarei andata mestamente a casa a finire il lavoro. Ma lì, con loro, come potevo fare? Cosa avrebbero pensato di me? Che mi ero sbronzata come un’adolescente? Che non fumo mai, quindi un paio di sigarette mi avevano fatto stare male? Forse era stata proprio l’ansia da prestazione a portarmi alla nausea.

A questo pensavo, mentre cercavo di non ascoltare i crampi allo stomaco e mi dirigevo con Marco, Vale e Matteo verso la macchina. Facevo la conta dei minuti che mi sparavano dall’intimità del mio bagno, e pensavo che potevo farcela a trattenermi, quando ho sentito lo stomaco strizzarsi nuovamente.  

E così la nostra prima uscita insieme sarà ricordata come la serata in cui ho preso Valentina per un braccio e con tono gioviale le ha detto: “andate pure, io vi raggiungo, dopo aver trovato un angolo dove vomitare.” Così, testuali parole. Lei ci ha messo un attimo a registrare l’informazione, poi mi ha seguito premurosa sfoderando un pacchetto di fazzoletti.

Un modo abbastanza anticonvenzionale di rompere il ghiaccio, lo riconosco, ma sicuramente efficace.
Dopo questo, come farò a sentirmi nuovamente in imbarazzo in loro presenza?  

Fortebraccio si prepara a rinverdire i fasti passati. 

Sunday, 30 September 2012

AmoRomA


Settimana scorsa passeggiavo per Trastevere a cartina spiegata.

Sapevo di aver percorso quelle stesse strade mezza vita prima, e i vaghi ricordi fra cui pescavo si concentravano intorno alla piazza con la fontana e la chiesa con i mosaici sulla facciata.
 
Sapevo anche che, grazie all'iconografia cinematografica che spesso cambia la nostra percezione dei luoghi, Trastevere è la Roma che chi vola fin qui dall'altro lato del globo vuole trovarsi davanti agli obiettivi. 
La zona di Trastevere è talmente bella che non c’è bisogno nemmeno di usare Instagram per fotografarla.

Ci sono i panni stesi ad asciugare fuori dalle finestre (panni che sospetto strategicamente posizionati) e ieri (come forse tutti i giorni) c’erano quattro signore sedute in un vicolo a prendere il fresco sotto a un pergolato e da navigate comparse facevano finta di ignorare le dozzine di fotografie che cercavano di rubar loro l’anima verace. 

Trovata la piazza di Santa Maria in Trastevere, ho messo via la cartina e ho deciso che potevo permettermi di perdermi un po’. Gironzolavo macchina fotografica alla mano, alla ricerca di scorci suggestivi (e non c’è da impegnarsi molto) quando vengo fermata da una coppia di vitaminici americani; mi prendono per una local 
– moto d’orgoglio mio automatico, subito ridimensionato dell’accorgermi che la scelta loro era dettata dal fatto che fossi l’unica lì intorno senza la Lonely Planet sottobraccio – 
e mi chiedono se conosco un bar che si trova nelle vicinanze e che è famoso per servire più di 20 birre. Fingo di pensarci, poi confesso che sono a Roma solo da tre settimane ed è la prima volta che mi avventuro a Trastevere. La ragazza spalanca gli occhioni appesantiti da quello che è decisamente troppo mascara per un aperitivo a base di birra e ripete le mie stesse parole, ma con intonazione interrogativa:  “Tre settimane ed è la prima volta qui?” “Sì” rispondo, e ci attacco lo spiegone di come “Roma è una città grande, la gente fa tanta vita di quartiere…”, una mini lezione di sociologia interrotta del mio interlocutore che, recidivo, riprova a estorcermi l’informazione del bar con le 20 birre. Spero che il bar abbia trovato loro.  

E’ colpa dei film. A Roma si gira in Vespa accompagnati da un uomo affascinante che offre sempre da bere, come la Hepburn in “Vacanze Romane”, si fa il bagno di notte nella fontana di Trevi per sedurre un altro italiano affascinante, come la Ekberg in “La dolce vita” e si affitta una stanza senza acqua calda da un’anziana signora cattolica ostile al divorzio, come la Roberts di “Eat, pray, love”.

Questi film hanno fatto sognare anche me, che sono una grande sostenitrice del mangiar bene e del ritagliarsi periodi sabbatici per vivere in un contesto nuovo, ma purtroppo alcuni dettagli sfiorano la fantascienza: a Roma in Vespa si rischia la vita, gli uomini hanno il portafogli blindato, se tocchi l’acqua della fontana di Trevi ti arrestano e l’insegnante di italiano di Julia Roberts è Luca Argentero, non dimenticatelo.   

Mi fanno un po’ tenerezza i turisti di oltreoceano che pensano alle parigine come ad  Amélie Poulain, ciliegina sulla torta dei deliziosi bistrot di Montmartre, e ai romani come ad Albertone Sordi provocato dai maccheroni che arrivano dritti dritti dalle cucine delle osterie. 
Mi sarò macchiata anch'io dello stesso crimine dello stereotipo impietoso, come pensare che i thailandesi siano una popolazione pacifica perché sorridono sempre, ma almeno fra europei ci teniamo d’occhio più da vicino e ci insultiamo in piena coscienza.

Io non conosco Roma. Non la conoscevo prima di trasferirmi qui e non la conosco ora, dopo un mese di approcci misurati. Ho imparato come arrivare in ufficio e come tornare a casa. So dove andare a fare la spesa e grazie a Chiara, premurosa coinquilina, mi muovo a Monte Sacro. Ma poco altro: per me Roma è ancora un magma indefinito di monumenti e persone che qui ho ritrovato; ci vorrà del tempo prima di compilare la mia personale lista di ristoranti, negozi, locali, parchi, posti per gite fuori porta, eventi… 

So con chi mi devo misurare questa volta, e soffro una forma acuta di timore reverenziale: Roma è una città intrigante, come quelle donne bellissime e irraggiungibili di cui ti innamori follemente e per cui pensi valga la pena struggersi. Spero solo che questa volta il mio amore incondizionato sarà ricambiato.

Thursday, 6 September 2012

Day one



h 7.25
Apro gli occhi e controllo l’ora. Mi rendo conto di essermi svegliata 5 minuti prima che suoni la sveglia. E la cosa mi da’ proprio fastidio. Per protesta rimando tutto di 10 minuti.

h 7.40
Mi trascino in bagno, dove mi lavo sommariamente. In parte perché sono ancora in coma, in parte perché sono già in ritardo.

h 7.55
Esco di casa e mi avvio verso la fermata dell’autobus. Il mio autobus lo vedo passare mentre sono all’edicola che compro il biglietto. Appunto mentale: da domani tento il salto dal balcone alla Fantozzi.

h 7.56 – h 8.07
Mi piazzo davanti al cartello con le fermate e conteggio quelle che devo farmi per raggiungere la metro. Sì, ci impiego tutto il tempo necessario a imparare la sequenza a memoria. Perdere la via dell’ufficio il primo giorno di lavoro è una prospettiva che mi terrorizza.

h 8.07 – h 8.35
Durante l’intero tragitto guardo fuori dal finestrino e controllo ossessivamente la posizione dell’autobus sulla cartina che ho aperto sulle gambe. Su questa linea ci sono 7 fermate con lo stesso nome che forse anche per questo motivo non vengono annunciate; riesco lo stesso a scendere dal bus prima di farmi il giro turistico del centro.

h 8.35
Prendo un’affollatissima metro fino a Lepanto e quando riemergo dal lato giusto della strada mi congratulo con me stessa dandomi un'immaginaria pacca sulla spalla.

h 8.45
Perlustro la via e mi infilo in un bar per fare colazione. Chiedo una brioche e mi danno un cornetto.

h 8.55
Il suddetto cornetto contiene almeno 3 cucchiaiate di marmellata, il che rende difficile il mangiarlo senza sporcarsi o farsi venire il diabete. Consapevole di aver bisogno di tutte le energie che riesco a racimolare non lo abbandono, ma continuo a sbranarlo mentre mi incammino verso l’ufficio

h 9.03
Arrivo in ufficio in orario. L’atrio è pieno di gente che non conosco. Sfodero il mio miglior sorriso da repertorio dimenticandomi di avere i denti glassati di marmellata e annuncio “Sono Claudia. Buongiorno!”. Segue un silenzio inaspettato. Proprio quando ci starebbe a pennello un genuino “e ‘sticazzi!” qualcuno mi chiede di rettificare “Claudia Buongiorno?” “No, Zanetti. Buongiorno era il saluto”, mi sento dire, mentre scappo a nascondermi.

h 9.07
Vengo messa a fare fotocopie. Centinaia di fotocopie.
E io che pensavo di aver trovato un lavoro…

h 9.24
Come da manuale, la fotocopiatrice si inceppa. Seguo le istruzioni sul display, estraggo il foglio inceppato e faccio ripartire. Ripeto questa operazione 6 volte, poi decido di indagare più a fondo.

h 9.27
Mi ritrovo un pezzo della fotocopiatrice in mano. Non c'è modo di reinserirlo nella guida da cui è scivolato. Prima di scoppiare a piangere, chiedo aiuto. Un fonico tuttofare non si lascia intimorire e con un paio di colpi ben assestati l’emergenza rientra.

h 9.30 – 11.00
Improvviso un lavoro che nessuno mi ha illustrato, attendendo con ansia la venuta della persona che sono chiamata a sostituire: un profetico biglietto lasciato sulla nostra scrivania annunciava la sua apparizione. 
   
Durante l’intera giornata mi vengono presentate delle persone con cui decido in modo completamente aleatorio il grado di confidenza. Ovviamente do del tu a tutti quelli che puzzano di “lei non sa chi sono io” e mantengo le distanze del lei con i collaboratori più stretti, indipendentemente dall’età.

h 11.34
Per dimostrare che sono una che non si lascia intimorire da questioni di ordine pratico, provo ad aggiustare una graffettatrice inceppata. Mi sparo un punto nel dito, ma non faccio una piega. Non fosse che ho lasciato una macchia di sangue sul fascicolo, non se ne sarebbe accorto nessuno.

h 13.15
Sbaglio tasto e invece che passare una telefonata la chiudo in faccia al cliente. Litigo con quella macchina infernale per tutto il pomeriggio: a quanto pare fa uno squillo diverso se la telefonata arriva da fuori o è interna, ma io non lo capisco mai e così ripeto una ventina di volte ai miei 5 colleghi che sono Claudia, lavoro nel loro stesso ufficio e vorrei tanto essere utile.

h 14.45
Vado in pausa pranzo prima che un calo di zuccheri mi tagli le gambe. Mangio da sola e in piedi, ma la pizza è ottima. Dopo 20 minuti sono di nuovo in ufficio. Ho proprio paura di annoiarmi.

h 19.58
Dopo 10 ore e mezza di luce artificiale sventolo bandiera bianca.

h 20.10
Faccio un po’ di spesa nel supermercato più caro di Roma. Al banco gastronomia una signora fa l’errore di passare avanti a un signore confidando nella sua cavalleria e spergiurando di non averlo visto in coda. Scoppia l’alterco, subito sedato dalla commessa con un perentorio: “mettetevi d’accordo che fra 10 minuti chiudo, altrimenti non servo nessuno”.
Arrivo in cassa quando mancano 10 minuti alla chiusura, e si sente. Chiedo due borse per la spesa e mi danno due buste.

h 20.30 – 20.34
Scendo in metropolitana e aspetto che sul tabellone appaiano i minuti di attesa

h 20.35
Appare il messaggio “Prossimo treno, 3 minuti”. Il messaggio resta lì per i successivi 7 minuti.

h 20.40
Incontro un mio collega, che mi intrattiene con storie dell’orrore che hanno come protagonista i mezzi pubblici romani. L’argomento di conversazione diventa presto Milano, e la sua efficienza. Ma non sono io a difendere il nord. Quando arriva la mia fermata, non riesco ad abbattere il muro di turisti tedeschi che staziona davanti alle porte. Scenderò a quella dopo, mi suggerisce il mio spirito d'adattamento.  
Nello scendere dalla metro, il sacchetto della spesa si impiglia e si strappa. Raccolgo i viveri dalla banchina prima che vengano calpestati.
  
h 21.15
Scendo a quella che penso sia la mia fermata e mi incammino.
Percorro lo stesso tratto di marciapiede per 3 volte avanti e indietro prima di trovare la via. Dopo tanto camminare le maniglie del sacchetto superstite cedono. La spesa me la carico in braccio.

21.27
Ancora abbracciando la spesa, cerco di infilare la chiave nella serratura, ma non riesco ad aprire: poi mi accorgo di aver sbagliato portone. Lo sbaglio un’altra volta, passando dal civico 1, al 3 e infine al 5, quello giusto.
Solo quando raggiungo il quarto piano (in ascensore) e trovo Chiara e un piatto di pasta fumante che mi aspettano capisco che, nonostante tutto, è stata una gran giornata. 

Saturday, 14 July 2012

Part-time hooligan


E grazie al cielo, a due settimane di distanza, nessuno sembra ricordarsi che la nazionale spagnola ha umiliato quella italiana sul capo di battaglia dell’epico scontro europeo, stravincendo con punteggi da oratorio una partita di rilievo per il mondo del sempre meno nobile giuoco del calcio.

Non abbiamo vinto gli europei. “Abbiamo” chi, poi? Io non ero a Kiev, domenica primo luglio: non ero né in campo, né in panchina, né tantomeno sugli spalti, eppure… il calcio porta con sé un campanilismo difficile da rintracciare in altri sport e soggetto a violente derive provinciali: quanti i bresciani che hanno lamentato una mancanza di attenzione nei confronti dei giocatori nostrani, con tre concittadini pilastri della nazionale (Pirlo, Balotelli e Prandelli) e nemmeno uno schermo tirato su in piazza per la finale.

Abbiamo perso la finale contro una squadra che anche ai miei occhi inesperti è risultata nettamente più forte, con la palla che continuava a rimbalzare tra i piedi di giocatori spagnoli di cui continuerò a ignorare il nome con la rapidità della pallina di un flipper.

Io la finale l’ho vista tutta, anche se non l’ho proprio vissuta: sprofondata in poltrona dopo un’overdose di carboidrati, mentre cullavo una birretta e mi sbriciolavo patatine in grembo, ho fatto fatica a tenere gli occhi aperti per l’intera durata del secondo tempo, quando tutto poteva ancora succedere ma quando già nessuno ci credeva più. Con gli altri 8 casual supporter, abbiamo sportivamente aspettato il doppio fischio dell’arbitro per lasciare casa e vagare in un centro città deserto alla ricerca di un gelato. Non spinti dal bisogno di consolarci, ma semplicemente consapevoli di meritarci una ricompensa per la lunga sopportazione.  
Non avevamo motivo di rimanerci male: d’altronde, nessuno che dica una frase qualsiasi di quelle riportate qua sotto può considerarsi un tifoso:
“Vabbè dai, non sono mica i mondiali… E poi non dimentichiamoci che i crucchi li abbiamo mandati a casa”
“Era peggio se perdevamo ai rigori, no?”
“Chissà che servizietto gli fa Shakira a Piqué questa sera…”

Le qualificazioni invece, mi hanno incuriosito di più: come quando la sera di Italia - Inghilterra sono rientrata a casa dei miei a un’ora in cui i miei sono solitamente in fase rem per trovarmeli entrambi con il fiato sospeso davanti ai rigori. Mio padre, che non concede mai alla televisione il 100% di attenzione, quella sera non aveva il giornale dispiegato sulle ginocchia e quando Pirlo si è dilettato con il cucchiaio, ha accennato un applauso.  

La semifinale ho rischiato di non vederla: sapevo che sarei rientrata tardi a casa e che ci sarei rimasta, e mi ero studiata la guida TV. Sapevo anche che c’era la partita, ma la controprogrammazione mi aveva già messo in difficoltà: alla stessa ora davano anche Milk, il film di e con Sean Penn, e un documentario sulla minigonna. Il progetto era quello di iniziare con il documentario, passare alla partita al secondo tempo e in caso di noia ripiegare sul film che comunque avevo già visto.
Il mio piano sapientemente elaborato ha subito però una brusca modifica quando ho aperto la porta e ho visto Marta, la mia coinquilina, in assetto da hooligan. La Marta, che il giorno prima l’aveva passato nel backstage della sfilata di Gucci a picchiettare lucidalabbra sulle bocche perfette di una dozzina di modelli, e il giorno stesso aveva messo le mani in faccia a Raul Bova (lo so, il mondo del lavoro è ingiusto), era sull’orlo del divano praticamente in reggiseno in un bagno di sudore, un fascio di muscoli pronto a saltare come una molla, con il collo allungato e gli occhi alla Schillaci che non perdevano nemmeno un’azione.

In effetti, la disposizione dei mobili nel nostro appartamento non è il massimo: la TV, redenta sulla via dell’isola ecologica, ha uno schermo bonsai e per leggere le grafiche bisogna starci a un metro di distanza. Peccato che il divano si trovi ad almeno 3 metri dal mobile TV, e che tra il divano e la TV troneggi il tavolo da pranzo. Ma la necessità aguzza l’ingegno, si sa: approfittando della pausa tra primo e secondo tempo  ci siamo inventate un improbabile accrocchio di cavi, mettendo a repentaglio il già debole segnale dell’antenna, e questo ci ha permesso di spostare la TV sul tavolino da caffè e di goderci il secondo tempo spiaggiate come Paolina Borghese, dando fondo a un’intera confezione di oneste birre del Lidl che custodiamo in frigo per i momenti speciali. Mancava solo la frittatona di cipolle a completare il quadretto.  

Esilarante il nostro commento tecnico:
“Hai notato che prima stavamo molto più di qua che di là?”
“Ma il mediano è come il centrocampista?”
“Questo è carino. È tedesco?”
“E questo? Si è fatto le mèches?”
“Bene, ora dove andiamo a fare gol? A destra o a sinistra?”
“ohohoh Balotelli, you’re a striker…”

E poi sono arrivati i gol: e dalle finestre aperte è entrato il boato del bar sotto casa.
Io e Marta ci siamo abbracciate, consapevoli dell’assurdità della situazione: perché non c’è nessuna spiegazione logica dietro all’euforia che ti prende in momenti così, è nonostante ciò conviene non lasciar spazio ai sensi di colpa e abbandonarsi ai festeggiamenti, che una botta di endorfine ogni tanto sicuramente male non fa.   

Sunday, 10 June 2012

Ricominciare stanca

È stato un weekend di incontri fortuiti, lo scorso, in cui mi sono imbattuta in conoscenze non frequentate da anni. In occasioni come queste, la domanda che mi sento rivolgere e cui mi trovo a rispondere più spesso è “cosa fai adesso?”, la precisione di quell’“adesso” a segnare questi tempi incerti.

La risposta standard è “faccio questo, però…” fateci caso: c’è sempre un però –però ho firmato un contratto che già puzzava di scadenza, però non è quello che voglio fare, però non mi pagano abbastanza… Non ho ancora incontrato una persona che risponde “faccio quello che ho sempre voluto fare e che spero di fare per il resto della mia vita”.

Il cambiamento è ormai diventato abitudine per una generazione che anela ad annoiarsi nella routine consolidata.

Il colloquio di lavoro è sempre un momento delicato: la curiosità del potenziale datore di lavoro si concentra non tanto sulla formazione o sull’esperienza professionale, ma sugli intervalli fra un lavoro e l’altro.

Erika, che ha appena concluso un’intensa stagione di colloqui milanesi, conosce bene la procedura, ed è l’autrice di alcune delle risposte migliori da usare in alternativa all’ovvia e onesta: “negli ultimi 3 mesi non ho lavorato perché ero troppo impegnata a cercarmelo, un lavoro”, o alla sintetica, ma antipatica “i fatti miei”. Ecco la mia personale classifica:

Non ho lavorato perché
a) Ho fatto un safari fotografico in Namibia, tra giraffe e elefanti.
b) Sono stata in Giappone a vedere la fioritura dei ciliegi.
c) Ho scopato. Tantissimo.

Mi torna alla mente un pomeriggio di un paio di mesi fa: mi ero appena ritrasferita a Milano dopo aver trovato un lavoretto part-part-time: avere una settimana lavorativa di 12 ore è l’ideale per l’equilibrio psicofisico, peccato che significhi fare la fame, e che probabilmente non sia nemmeno legale, ma tant’è…
Uno di quei lunghi pomeriggi liberi che ormai sono solo un ricordo comunque, lo stavo passando su una panchina di parco Sempione con il mio ex che, conoscendo il mio zelo lombardo, indagava su come riempissi le mie giornate. A me già il fatto di trovarmi lì, a perdere tempo in inconcludenti riflessioni sulla fine della nostra relazione, sembrava esemplificativo, ma per dovere di cronaca, gli ho fatto una lista; cosa faccio quando non lavoro? Vediamo: passeggio, chiacchiero (anche le due cose insieme, anche da sola), stilo la classifica delle migliori gelaterie di Milano, mi alleno nel window shopping allungando la lista di tutto quello che mi comprerò quando sarò ricca, passo l’aspirapolvere, vedo gente… non mi annoio, insomma…
Sono cintura nera di cazzeggio, e ne vado molto fiera.

E poi, se non ti perdi d’animo, proprio quando ti stavi abituando alla vita del clochard, il lavoro arriva. E ti sconvolge il delicato equilibrio fatto di ritmi e riti sedimentatisi col tempo. Esemplare in questo senso la sintesi regalata da Valeria apparsa sulla sua bacheca qualche tempo fa. Ricominciare stanca.

Che palle ricominciare sempre tutto daccapo porca merda! Casa, gente, amici, relazioni, hobby, palestre, librerie, biblioteche, mercati, negozi fighi, edicole di fiducia, bar di fiducia, routine, marche preferite, scorciatoie, negozi economici, poter dire "conosco uno che", guardaroba, alimentari in sconto, i segreti per accendere il fornello di casa, i vicini gentili e quelli da evitare, le abitudini degli altri, il cap di casa, le feste annuali, quando ci sono i fuochi di artificio, i giorni della monnezza sempre sempre sempre di nuovo rifare tutto da capo e rimemorizzare. Basta reinserirmi sempre dappertutto, chiede che succede in giro, trovare l'appassionato di film di turno, la gelateria più buona, dire "è che non abito da molto qua", i nomi dei quartiere, gli orari dell'autobus, i giri a vuoto, i contratti internet, non aver presente i vari "ti ricordi quando" e cheppalle pensare qualcosa da fare e poi dire "vabbe ma tanto tra un po me ne vado". Choose life stocaz

Succede: io ho fatto un anno che possiamo definire sabbatico, se non disoccupatico, e poi nel giro di 3 mesi mi sono trovata a palleggiare due lavori, con risultati altalenanti. Ma va bene così. Anche perché che alternative ho?
L’impressione è quella di non riuscire a mantenere un controllo sulla propria vita: virtualmente siamo tutti liberi di fare qualsiasi cosa ci passi per la testa, ma per farlo dobbiamo prima aspettare che qualcuno ce lo conceda.

Mi sono iscritta a un corso per ottenere una qualche qualifica che mi permettesse di ricominciare fuori dall’Italia, con l’obiettivo di farmi l’ennesima ultima esperienza all’estero; le congiunzioni astrali invece mi hanno riportato a Milano, città che già mi aveva regalato due anni bellissimi e che io non avevo fatto nemmeno rientrare nella rosa delle destinazioni possibili.

La mia vita è qui, e io volevo cercarla altrove. Grazie al cielo, il cielo mi ha riportato sulla strada di casa.

Mi confrontavo su questo con Andrea, in un’innocente chattata che a un tratto ha preso una svolta decisamente marzulliana: la riporto di seguito, nella sua sgrammaticata interezza...

C:      dato che l'anno scorso ho lavorato 3 mesi, ora per recuperare 
          faccio 2 lavori, più o meno part-time
          1. insegnante di inglese
          2. segretaria/redattrice/jolly @ deejay TV 
          (rientrata dopo 3 anni di assenza) 
A:      uahhaha...a volte ritornano!
C:      sempre ritornano! 
A:      dai comunque va bene, ti tieni super impegnata e mi sa che in 
          questo periodo è la priorità! 
          Sono contento di sentirti 'in movimento”
C:      sì. anche se non avrei mai pensato di ricominciare da Milano!
A:      uh...sapessi quante cose io non avrei mai immaginato
C:      Io dopo Francoforte volevo ripartire immediatamente!
A:      suppongo sia necessario lasciarsi sorprendere
C:      volevo scriverlo io! è bello quando è la tua stessa vita 
          a sorprenderti!
A:      si, a volte e' una lotta, a volte e' bello... 
          trovare la chiave di lettura facilita il processo di assimilazione
          io ci ho messo un po' ad essere sincero, ma ora va meglio.
          Sto imparando a modellarmi sulle mille cose che vogliono 
          succedere per forza; cerco di goderne quanto più 
          possibile, almeno… 

Forse il segreto è dimenticare programmi e traguardi, e prendere alla lettera Bukowski quando afferma "la cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili”.

Jon, che da un anno è a capo del dipartimento di testing di un azienda francese dove i dirigenti hanno tutti meno di 30 anni, ha chiesto a tutti i suoi colleghi di pensare prima dove si trovassero esattamente un anno fa e poi dove si vedono fra un anno. Non si può dare nulla per scontato. Non si è mai arrivati, se non ci si prefigge un punto d’arrivo.

Quello che mi da’ la forza di andare avanti è il sognare, anzi il desiderare una vita piena, e bella. Una vita bella piena di vita. Dato che le soddisfazioni in campo lavorativo non sono all’ordine del giorno, accontentarsi di una soluzione di comodo non è un’opzione. Con tutto l’impegno che ci si mette a rimanere in carreggiata e a mantenere un livello di entusiasmo adeguato alla sopravvivenza, dobbiamo convincerci che ci meritiamo sempre di più di quello che questi tempi grami possono offrirci.

Monday, 28 May 2012

Un ragazzo per l’estate

Anche se il meteo non sembra essersi ancora allineato, a Milano è scoppiata la primavera: l’ormone è in circolo come i pollini, per la gioia di romantici e allergici.  
Coppie di adolescenti e di ex adolescenti si tirano limoni hollywoodiani alla fermata del tram. Stamattina a Lambrate ce n’erano due che letteralmente si mangiavano la faccia. E io non riuscivo a smettere di guardarli, inebriata dal mix di imbarazzo e curiosità. Se continuo così mi arresteranno per stalking, lo so.

È che mi sento un po’ sola… Non ho l’energia né l’entusiasmo per innamorarmi, ma fare la Bridget Jones di turno per l’intera estate è un bell’impegno… La soluzione sarebbe trovare un uscente: qualcuno che mi aiuti a finire la vaschetta di gelato mentre ci guardiamo la nostra serie TV preferita (ovviamente uno che condivide i miei gusti, pistacchio&drama), qualcuno che “mi offra coni e limonate” come recita una canzonetta che sembra scritta di mio pugno, e che invece risale all’epoca dei musicarelli, quando Morandi andava militare. Vorrei qualcuno che mi quando mi accompagna a casa aspetti che sparisca dietro al portone prima di sgommare via. Qualcuno a cui chiedere “ti va di salire?”, quando va anche a me.

Potrei organizzare un casting… Chissà chi si presenterebbe? Potrei dare delle indicazioni di massima, tipo… prego astenersi:

·         Uomini troppo (o troppo poco) depilati.

·         Uomini con lo chignon (come sopra, questo non è il casting di Uomini e Donne).

·         Uomini che indossano spavaldi i pantaloni della tuta. I pantaloni di maglia non sono trendy. Non lo sono mai stati, per quale motivo dovrebbero diventarli? No, accostarli alla camicia non li sdogana. Ma dove l’imparate lo stile voi? Dai video di Zumba fitness? Scusate, mi sono lasciata prendere.

·         Il supertifoso, che in un estate di europei di calcio e olimpiadi è già parecchio impegnato.

·         Gente col nome d’arte. Se diventiamo intimi come ti chiamo? Il nome di battesimo lo usa solo tua mamma, il nomignolo è destinato ai fan… Gattino? Ma come stai messo?

·         Il radical-chic, che storce il naso davanti alle mie scelte cinematografiche. O musicali. O culinarie.
A volte ho bisogno di comprare un kebab completo pieno di tutto e mangiarlo spalmata sul divano davanti a “Abiti da sposa a Beverly Hills”.

Oppure potrei tenermi gelato e divano tutto per me, e continuare a fantasticare sul principe azzurro. Facendo  finta di non accorgermi che è gay. 

Friday, 30 March 2012

Ladri di biciclette


Riemergo dalla fermata della metro facendo ciondolare le chiavi; è uno splendido pomeriggio di inizio primavera, e dopo 20 minuti trascorsi sottoterra non vedo l’ora di pedalare fino a casa.

Ci metto un istante più del necessario a individuare la mia bicicletta, e questo perché risulta quasi interamente nascosta da una persona che vi si è accovacciata davanti.

Senza accelerare il passo, accorcio la distanza tra me e quella schiena che mi sembra indaffarata a armeggiare con il mio lucchetto.  
“Posso aiutarla?” mi sento chiedere, con la dolcezza di qualcuno che muore dalla voglia di compiere la buona azione quotidiana.
Vedo la schiena irrigidirsi, come in una preda che annusa la minaccia; negli interminabili secondi in cui il corpo si gira verso di me, il viso cerca di simulare un’espressione sorpresa:
“È sua questa bicicletta? Perché l’ho vista cadere e stavo cercando di assicurarla alla ringhiera...”
Nel frattempo la mia nuova conoscenza si è alzata, e con aria di scuse, cerca di scartarmi di lato; io mi faccio più vicina, incastrandolo fra me e il muretto. Presa in contropiede dalla mia lucidità, decido di stare al gioco: “Grazie, ma non era necessario...” e poi, afferrandogli il gomito e avvicinando la faccia alla sua sibilo: “...e se lei si avvicina di nuovo alla mia bicicletta, mi toccherà denunciarla”.
Annuisce, smascherato nelle sue cattive intenzioni, e mi sembra pure di indovinare del rimorso nello sguardo che abbassa immediatamente mentre si allontana con le mani in tasca.

Non ho redento nessuno, sia chiaro, ma sono sollevata al’idea che oggi non sia toccato a me tornare a casa a piedi.
 
Ecco cosa può succedere in un affollato angolo di Milano, tracciato dalle persone che lo attraversano veloci come le palline in un flipper.  

Ecco cosa mi è passato davanti agli occhi qualche giorno fa, quando arrivata alla fermata ho realizzato che la mia bici non era più lì ad aspettarmi.

Ecco cosa avrei voluto raccontare, invece che sospirare un laconico “mi hanno fatto la bici in Porta Genova”. 
Perché una storia così ti lascia sperare che non ci sia sempre un unico finale.

Ecco cosa è invece successo: che una giovane donna emancipata, davanti a una scorrettezza così immeritata, scoppi in lacrime e senta il bisogno di abbracciare la mamma, come quando alle elementari si sbucciava le ginocchia giocando in cortile.
Un'immagine sicuramente meno valorosa, però anche più vicina alla realtà.

E forse la parte più difficile da digerire è la beffa che segue il danno: perché ti ritrovi sconfitto, ingiustamente privato di qualcosa che non solo ti apparteneva, ma che consideravi di vitale importanza, e tutte le persone con cui ti sfoghi ti mettono davanti alla tua parte di responsabilità; perché se hai parcheggiato per 2 giorni di seguito nello stesso posto, se non ti sei procurato una catena che vale più della bici, se hai scelto una bici che, magari non è il top della gamma, ma che comunque si piazza bene sui mercatini delle pulci, perché è sottile, leggera, veloce, viola/grigia e coi cambi sulla canna (una bici che il wannabe hipster si sogna di notte nella versione a scatto fisso) beh, allora dai, te la sei andata a cercare...

Il mio karma deve darmi una tregua, nel frattempo sopporterò l'umiliazione di girare con una bici che non è mai stata di moda, sperando che almeno questa non faccia gola a nessuno.